| 19 dicembre 2016

Era il 13 agosto 2007 quando nella sua casa di Garlasco (PV) viene ritrovata brutalmente assassinata la 26enne Chiara Poggi, fidanzata con Alberto Stasi, a quei tempi studente alla Bocconi.
Sotto processo finisce proprio Stasi che, dopo due assoluzioni, viene l'anno scorso condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.
E' uno dei casi italiani più seguiti dai media e il nostro paese si riempie di novelli giudici che, pur non avendo letto una carta, si ergono a colpevolisti o a innocentisti.
Per tanti, basta lo sguardo "gelido" di Alberto a farne un assassino.
Ma Stasi ha una fortuna: un difensore caparbio e tenace come lo sa essere solo una mamma.
Elisabetta Ligabò Stasi, rimasta nel frattempo vedova, non crede che il figlio possa aver ucciso la fidanzata Chiara. Non ce ne erano i motivi e il loro rapporto sentimentale era buono.
La madre non si dà per vinta e così incarica una società di investigazioni private per proseguire indagini e test.
Risultato?
Solo oggi, sotto le unghie di Chiara, viene scoperto il DNA di un giovane che non è Alberto, ma che potrebbe essere riconducibile ad una stretta cerchia di amici.
E adesso?
Bisogna ovviamente aspettare ulteriori raffronti, ma una cosa è certa.
Se, e ripeto se, Alberto Stasi non fosse il colpevole, al di là di ogni ragionevole dubbio (così come prevede la legge), di sicuro la Giustizia italiana gli avrebbe macellato la vita.
In ogni caso è giunto il momento che anche i magistrati, come i medici, gli ingegneri, i commercialisti e altri professionisti, comincino a pagare per gli errori gravi di giudizio.
In molte altre nazioni funziona già da tempo così.
Perchè solo Dio non sbaglia mai e la vita degli uomini è unica e pure irripetibile.

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Inviato 1 anno fa , il 19 dicembre 2016.

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