| 13 luglio 2009
Gli italiani sono persone splendide e chi ha avuto la fortuna di andare in giro per il mondo lo sa. Sanno vivere, sanno divertirsi, sanno mangiar bene, hanno gusto nel vestirsi, sono mammoni, hanno innata l’arte di arrangiarsi e così sono capaci di dare il meglio di sé proprio nei momenti difficili. Il nostro è un paese che, dopo aver fondato uno degli imperi più grandi del mondo (quello romano), è stato solcato da un’infinità di dominazioni che ne hanno fatto una terra di conquiste.
Siamo uno Stato unitario, diversamente unito, da meno di 150 anni ed abbiamo un inno nazionale che è un obrobrio dal punto di vista musicale, ma ci piace lo stesso. Sappiamo fare i contadini, gli scienziati, gli esploratori, gli artigiani, gli industriali, i medici con le stesse capacità delle altre nazioni. Il mondo non ci spaventa, ma stiamo meglio a casa nostra. Con un pallone, una chiesa ed un televisore sappiamo passare bene le domeniche. Parliamo poco le altre lingue e non ci piace leggere. Ma siamo sempre saputi e nei colloqui, meglio se al bar, siamo spesso saccenti.
Nel secolo scorso abbiamo provato anche noi a fare i conquistatori, ma siamo stati troppo buoni ed abbiamo perso. Per metterci a posto la coscienza abissina adesso abbiamo deciso di pagare miliardi (di euro) di danni alle nostre ex colonie. Abbiamo saputo inneggiare ad un Duce per poi, vent’anni dopo, appenderlo a testa in giù in Piazzale Loreto. In fretta le ex camicie nere si sono cambiate d’abito e sono scese per strada ad applaudire i partigiani. L’arte del trasformismo non ci è mai mancata, come quella della moda all’ultimo grido.
Eh sì, perché gli italiani, come tanti altri, sono maestri nel salire rapidamente sul carro dei vincitori, chiunque essi siano. Hanno fiuto per il potere, sono ossequiosi, quasi ruffiani e non si fanno mai scappare l’occasione di fare un buon affare con chi conta al momento giusto. Insomma non siamo nazionalisti, siamo semplicemente nazionali, con un occhio sempre rivolto al campanile della nostra città. Con un pallone tra le gambe siamo campioni del mondo e tutti i problemi svaniscono quando si diventa numeri uno. Siamo capaci di progettare grandi idee, ma siamo perennemente in ritardo nel realizzarle. Siamo generosi, anche se poi ci facciamo prendere la mano e ne approfittiamo. Crediamo in un grande Santo Protettore che, comunque vada, arriva sempre a tirarci fuori dai guai, ma ce ne dimentichiamo il nome. Ci piace delegare, soprattutto se sono delle responsabilità. Non ci garba controllare e nel piccolo siamo restii ai debiti personali. Eppure a livello generale siamo una delle nazioni più indebitate del mondo. Non ci piace essere governati e nello stesso modo aborriamo governare. Fino a qualche hanno fa i Premiers duravano lo spazio di un cambio di stagione. Sappiamo perdonare il peggio, perché in fin dei conti avremmo fatto la stessa cosa. Ci piacciono gli uomini (e le donne) di successo e non ci importa come lo abbiamo raggiunto.
La Giustizia da noi è lunghissima e costosa, ma siamo tra i popoli più litigiosi e, nonostante tutto, le diatribe finiscono quasi sempre in Tribunale. Da noi l’automobile è apparenza, non essenza, e così la si compra a rate, ma al volante siamo un disastro. Il rosso dei semafori in certe città ha solo il valore di un’indicazione di prudenza, non di stop. E il casco in moto lo si porta solo se non fa troppo caldo, soprattutto in senso malavitoso del termine. Fatta la patente a punti, abbiamo persino trovato il modo di riacquistarli con un corso, a pagamento ovviamente. Conosciamo poco internet, ma ci gusta navigare. Siamo circondati dal mare, ma non sappiamo andare a vela perché il vento gira sempre. Qualche secolo fa in Italia è nato un personaggio che scriveva “Un bel silenzio non fu mai scritto”, eppure parliamo così tanto che abbiamo la più grande concentrazione di cellulari e le antenne dei ripetitori ce le facciamo mettere pure in giardino (sempre a pagamento). Odiamo il nucleare, ma sprechiamo energia. Siamo ambientalisti, ma sporchiamo le nostre città. Insomma il nostro è un popolo di praticoni, di pazienti, di ottimisti (ne facciamo addirittura uno slogan). Da noi la crisi c’è, ma prima o poi passa. Andiamo a votare in tanti, anche se ci lamentiamo di continuo con chi abbiamo eletto. La politica non è una cosa che abbiamo mai capito fino in fondo, così gli sprechi abbondano senza proteste. Per questa ragione i Parlamentari nazionali vengono scelti dalle segreterie di partito, ma siamo convinti che siano ancora dei nostri dipendenti. In Inghilterra il Ministro degli Interni (tale signora Smith) sta rischiando di perdere il posto perché incautamente il marito assistente ha addebitato nelle spese del Parlamento britannico 72 euro di filmini hard. Noi abbiamo avuto degli Onorevoli che facevano festini a luci rosse (e coca) nelle suite degli alberghi della capitale e non capivano il perché di tanto scandaloso rumore. Siamo o non siamo gli stalloni italiani apprezzatissimi all’estero per l’ardore latino? Comunque anche qui il Viagra va a ruba, perché una raccomandazione ed una spintarella sono sempre graditi.
Infine in Italia meno di un mese fa è nato il Popolo della Libertà con una coreografia da premi Oscar. Musica, coriandoli, un pizzico di demagogia, un grande minestrone colorato dove il nero è sfumato nel blu profondo. Gli stranieri ci hanno guardato come se fossimo rimbecilliti. Loro Berlusconi non l’hanno mai capito, noi neanche.
Ma è tutto così semplice. Siamo solo italiani, un popolo grande guidato da un uomo piccino picciò. Per questo anche Brunetta giganteggia.
W l’Italia.
Siamo uno Stato unitario, diversamente unito, da meno di 150 anni ed abbiamo un inno nazionale che è un obrobrio dal punto di vista musicale, ma ci piace lo stesso. Sappiamo fare i contadini, gli scienziati, gli esploratori, gli artigiani, gli industriali, i medici con le stesse capacità delle altre nazioni. Il mondo non ci spaventa, ma stiamo meglio a casa nostra. Con un pallone, una chiesa ed un televisore sappiamo passare bene le domeniche. Parliamo poco le altre lingue e non ci piace leggere. Ma siamo sempre saputi e nei colloqui, meglio se al bar, siamo spesso saccenti.
Nel secolo scorso abbiamo provato anche noi a fare i conquistatori, ma siamo stati troppo buoni ed abbiamo perso. Per metterci a posto la coscienza abissina adesso abbiamo deciso di pagare miliardi (di euro) di danni alle nostre ex colonie. Abbiamo saputo inneggiare ad un Duce per poi, vent’anni dopo, appenderlo a testa in giù in Piazzale Loreto. In fretta le ex camicie nere si sono cambiate d’abito e sono scese per strada ad applaudire i partigiani. L’arte del trasformismo non ci è mai mancata, come quella della moda all’ultimo grido.
Eh sì, perché gli italiani, come tanti altri, sono maestri nel salire rapidamente sul carro dei vincitori, chiunque essi siano. Hanno fiuto per il potere, sono ossequiosi, quasi ruffiani e non si fanno mai scappare l’occasione di fare un buon affare con chi conta al momento giusto. Insomma non siamo nazionalisti, siamo semplicemente nazionali, con un occhio sempre rivolto al campanile della nostra città. Con un pallone tra le gambe siamo campioni del mondo e tutti i problemi svaniscono quando si diventa numeri uno. Siamo capaci di progettare grandi idee, ma siamo perennemente in ritardo nel realizzarle. Siamo generosi, anche se poi ci facciamo prendere la mano e ne approfittiamo. Crediamo in un grande Santo Protettore che, comunque vada, arriva sempre a tirarci fuori dai guai, ma ce ne dimentichiamo il nome. Ci piace delegare, soprattutto se sono delle responsabilità. Non ci garba controllare e nel piccolo siamo restii ai debiti personali. Eppure a livello generale siamo una delle nazioni più indebitate del mondo. Non ci piace essere governati e nello stesso modo aborriamo governare. Fino a qualche hanno fa i Premiers duravano lo spazio di un cambio di stagione. Sappiamo perdonare il peggio, perché in fin dei conti avremmo fatto la stessa cosa. Ci piacciono gli uomini (e le donne) di successo e non ci importa come lo abbiamo raggiunto.
La Giustizia da noi è lunghissima e costosa, ma siamo tra i popoli più litigiosi e, nonostante tutto, le diatribe finiscono quasi sempre in Tribunale. Da noi l’automobile è apparenza, non essenza, e così la si compra a rate, ma al volante siamo un disastro. Il rosso dei semafori in certe città ha solo il valore di un’indicazione di prudenza, non di stop. E il casco in moto lo si porta solo se non fa troppo caldo, soprattutto in senso malavitoso del termine. Fatta la patente a punti, abbiamo persino trovato il modo di riacquistarli con un corso, a pagamento ovviamente. Conosciamo poco internet, ma ci gusta navigare. Siamo circondati dal mare, ma non sappiamo andare a vela perché il vento gira sempre. Qualche secolo fa in Italia è nato un personaggio che scriveva “Un bel silenzio non fu mai scritto”, eppure parliamo così tanto che abbiamo la più grande concentrazione di cellulari e le antenne dei ripetitori ce le facciamo mettere pure in giardino (sempre a pagamento). Odiamo il nucleare, ma sprechiamo energia. Siamo ambientalisti, ma sporchiamo le nostre città. Insomma il nostro è un popolo di praticoni, di pazienti, di ottimisti (ne facciamo addirittura uno slogan). Da noi la crisi c’è, ma prima o poi passa. Andiamo a votare in tanti, anche se ci lamentiamo di continuo con chi abbiamo eletto. La politica non è una cosa che abbiamo mai capito fino in fondo, così gli sprechi abbondano senza proteste. Per questa ragione i Parlamentari nazionali vengono scelti dalle segreterie di partito, ma siamo convinti che siano ancora dei nostri dipendenti. In Inghilterra il Ministro degli Interni (tale signora Smith) sta rischiando di perdere il posto perché incautamente il marito assistente ha addebitato nelle spese del Parlamento britannico 72 euro di filmini hard. Noi abbiamo avuto degli Onorevoli che facevano festini a luci rosse (e coca) nelle suite degli alberghi della capitale e non capivano il perché di tanto scandaloso rumore. Siamo o non siamo gli stalloni italiani apprezzatissimi all’estero per l’ardore latino? Comunque anche qui il Viagra va a ruba, perché una raccomandazione ed una spintarella sono sempre graditi.
Infine in Italia meno di un mese fa è nato il Popolo della Libertà con una coreografia da premi Oscar. Musica, coriandoli, un pizzico di demagogia, un grande minestrone colorato dove il nero è sfumato nel blu profondo. Gli stranieri ci hanno guardato come se fossimo rimbecilliti. Loro Berlusconi non l’hanno mai capito, noi neanche.
Ma è tutto così semplice. Siamo solo italiani, un popolo grande guidato da un uomo piccino picciò. Per questo anche Brunetta giganteggia.
W l’Italia.
Inviato 1 anno e 3 mesi fa , il 13 luglio 2009.
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