| 3 ottobre 2017

Vi lascio da leggere il mio ultimo editoriale pubblicato da QUI BERGAMO e attualmente in edicola.

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I recenti dati economici appalesano una certo aumento del PIL italiano, ma siamo a livello dell’uno virgola. Anche l’occupazione sembra migliorare e il Governo non ha tardato a suonare campane di giubilo per la soddisfazione. Purtroppo come crescita siamo al penultimo posto in Europa e ben al di sotto della media dei paesi UE. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta ancora molto alta. Però è vero che, dopo la peggior crisi dal dopoguerra ad oggi, è meglio intravedere segnali positivi piuttosto che negativi. Il problema italiano è invece un altro. Sono purtroppo ancora presenti degli ostacoli strutturali, che limitano lo sviluppo delle imprese e gli investimenti stranieri. Sono principalmente tre i vincoli: tasse, burocrazia e giustizia. E se non si prendono decisioni veloci e migliorative su questi argomenti, rischiamo di rientrare rapidamente nel tunnel della crisi, dopo averne intravista l’uscita. Al di là della retorica e delle continue parole della politica, vediamo i fatti concreti. Per quanto riguarda le tasse, oggi le nostre imprese pagano, tra dirette ed indirette, qualcosa come il 67%, una cifra enorme che rende soprattutto le piccole e medie aziende poco competitive ed impossibilitate a fare nuovi investimenti. Poi, il costo del lavoro in Italia è assoggettato a gravami fiscali statali così alti da far praticamente raddoppiare quanto viene erogato al dipendente come netto in busta paga. Anche il sistema bancario, coperto da centinaia di miliardi di euro di passati crediti inesigibili, ora concede finanziamenti alle imprese col contagocce, solo se sono super garantiti e con tempi biblici. Infine il costo dell’energia elettrica, che in Italia è molto caro per le aziende (tra i più elevati d’Europa), diventa un handicap significativo per la competitività industriale. Questo discorso si collega ad una burocrazia esasperante. Ad esempio, per un ampliamento di una fabbrica servono decine di pratiche comunali, provinciali, regionali, nazionali e anni di tempo per una autorizzazione o una concessione edilizia. Sono davvero centinaia le norme e le regole a cui un’impresa deve sottostare nel suo operare quotidiano. Vengono continuamente aggiornate o modificate dai vari Governi e obbligano gli imprenditori ad assumere un commercialista e un avvocato a tempo indeterminato. Il rapporto con gli enti statali raramente può essere gestito on line e il tempo che si butta via in coda agli sportelli è una prerogativa tutta italiana. Inoltre mancano grandi opere strutturali che favoriscano lo sviluppo consolidato. Pensate che l’autostrada A1, la principale via di collegamento tra Nord e Sud, da Roma a Firenze è ancora a due corsie. E da Civitavecchia alla provincia di Livorno non è mai stato costruito un breve tratto di autostrada in modo da completare l’asse tirrenico. In Cina la asfalterebbero in una settimana! Infine abbiamo il problema della Giustizia italiana. E non è solo un discorso di certezza della pena. La provincia di Roma ha lo stesso numero di avvocati di tutta la Francia, ma i tribunali sono un augurio di lunga vita. Per una sentenza civile di primo grado da noi ci vogliono almeno 5 anni. Per una sentenza definitiva nel penale può non bastare un decennio. Non parliamo poi di un recupero crediti: certe leggi sembrano fatte apposta per tutelare i debitori più astuti, anziché chi vanta dei pagamenti. Da noi ci sono aziende fallite perché lo Stato non ha pagato per tempo i lavori da lui commissionati: pura follia! I tribunali del Lavoro emettono sentenze che nel 99% dei casi sono comunque favorevoli al lavoratore ed impediscono il consolidarsi di un concetto di meritocrazia aziendale e di dovere professionale. Il caso dei “furbetti del cartellino” ne è un esempio eclatante. E’ ovvio che un possibile investitore straniero sia sconcertato da questi cavilli italioti e preferisca spendere i suoi soldi altrove. Concludendo, non credo che l’Italia possa considerarsi ancora fuori dal baratro. Assistiamo a continui proclami verbali che nulla hanno a che fare con azioni concrete e permanenti. Non vorrei che questa ripresina sia più da addebitarsi a fattori esterni al nostro Paese, piuttosto che a reali cause interne. E non ho parlato di spesa dello Stato e di debito pubblico. Un macigno incredibile, pronto a rotolare a valle qual’ora il costo del denaro dovesse salire. Per coprire le troppe spese pubbliche (compresi i 5 miliardi all’anno di costi per i migranti), con la manovra di autunno arriveranno i soliti ed inevitabili aumenti di bollette, autostrade, ticket e forse Iva. Poi, visto che ormai le pensioni per i neo parlamentari a settembre sono maturate, nella prossima primavera andremo finalmente a votare. Ma incombe il rischio che, nel frattempo, vengano approvate leggine onerose, fatte apposta solo per aumentare il consenso elettorale. Ma si sa, il popolo italiano è buono e paziente, e una soluzione temporanea per sopravvivere la troverà sempre. Almeno così si spera. E la speranza è l’ultima a morire.
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| 26 settembre 2017

Le imprese in Italia non sono solo strozzate da una carico fiscale (tasse) spaventoso, ma anche da miriadi di regole e di adempimenti burocratici che fanno paura.
Più di mille parole, vale l'esempio reale di una piccola azienda milanese che ha sul tetto un normale camino collegato ad una cappa di aspirazione posta sopra un macchinario di produzione.
Le emissioni che escono, a seguito di una specifica misurazione tecnica, NON sono inquinanti, ma vanno dichiarati ugualmente agli organi competenti.
Sapete quale documentazione serve per far funzionare tale canna fumaria?
Ecco l'elenco dettagliato di quanto richiesto dagli enti pubblici e poi ditemi voi come sia possibile fare impresa in Italia.

INFORMAZIONI RICHIESTE PER AUTORIZZAZIONE EMISSIONI IN ATMOSFERA

* GESTORE (referente aziendale):

o Codice fiscale
o Nome e Cognome
o Data e luogo di nascita
o Residenza
o Pec
o Tel / fax
o Ruolo
o Fotocopia Carta identità

* DATI AZIENDALI:

o CF/Partita IVA
o Denominazione
o Sede legale
o Tel/fax
o Email/PEC
o n. C.C.I.A.A. (possibilmente copia visura camerale)
o n. addetti

* DATI STABILIMENTO:

o localizzazione
o tipologia attività
o descrizione attività
o planimetria

* DATI SULLA PRODUZIONE:

o materie prime
o quantità giornaliera/mensile/annua
o modalità di stoccaggio

* DATI CATASTALI:

- superficie totale coperta e scoperta;
- breve descrizione del ciclo lavorativo con individuazione per ogni singola fase degli input (materie prime, combustibili, ecc) ed output (intermedi, prodotti, ecc);
- n. addetti;
- tipologia prodotti, quantità annua, materie prime quantità e schede di sicurezza, relativa modalità di stoccaggio
- attività h/g gg/anno (16/g 220gg/anno?)
- planimetria riportante
- perimetro stabilimento
- layout con macchinari e attrezzature e specifica denominazione (M1, M2,...Mn)
- tracciati sistemi di aspirazione e convogliamento
- punti di emissione in atmosfera con specifica denomibazione (E1, E2,...En).

Detto questo, buon lavoro e W l'Italia!

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| 23 giugno 2017

Una cosa è certa: che il nostro sistema bancario fosse messo male lo si sapeva da tempo.
D'altronde, se con la crisi economica è fallito oltre il 30% delle imprese italiane, è facile immaginare quanti crediti inesigibili avessero in pancia (e iscritti a bilancio) le nostre banche.
Si parlava qualche anno fa di quasi 200 miliardi di euro!
Nel frattempo, dal 1 gennaio 2016, qualcuno al Governo ha firmato in sede europea il bail-in senza nemmeno capire bene cosa fosse e cosa comportasse.
Così ci ritroviamo al collasso di molti istituti di credito e migliaia di risparmiatori ne sono pesantemente coinvolti.
Le responsabilità sono tante ed eclatanti.
Dalla Banca d'Italia ai vari Comitati di Sorveglianza e Controllo, fino agli stessi amministratori (pagati a peso d'oro) delle banche in questione.
Quindi, per non far saltare il coperchio di una pentola da cui potrebbero uscire troppi scheletri, si cercano salvataggi border-line che però non suscitino il diniego dell'Europa.
E allora come si fa?
Semplice.
A ricapitalizzare le banche saranno soprattutto i cittadini contribuenti dello Stato italiano.
Cioè tutti noi.
Basti pensare che il recente decreto salva-banche, creato ad hoc per salvare Monte dei Paschi e le altre banche italiane in crisi, prevede un esborso per le casse statali come minimo di 20 miliardi di euro.
Sono per ogni italiano esattamente 333,34 € a testa, neonati e ultra novantenni inclusi!
Solo l'ultima operazione Intesa-Banche venete impegnerà almeno 8 miliardi di euro di soldi pubblici.
Ma così va l'Italia.
Tra chi non capisce, chi non vuole far capire e chi fa finta di non capire.

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| 19 giugno 2017

In una situazione generale non certo rosea, il nostro Governo è impegnato a discutere di Ius Soli, una nuova legge di cui non si capisce bene la reale necessità.
Nel frattempo la spesa pubblica sale alle stelle e l'economia ristagna.
L'Italia è il paese dei diritti a prescindere con tutele pure crescenti.
Di doveri, anche i più semplici, non se ne parla quasi.
Infatti non si potrebbero pretendere dei diritti se non si rispettassero anche i doveri.
Gli extracomunitari l'hanno capito subito e si sono adattati alla nostra italianità.
Ma una cosa non hanno ben compreso.
Questo è uno Stato ingiusto, che tratta i suoi cittadini alla stregua di servi della gleba.
Li dissangua con tasse sempre più esose e li ripaga con servizi sempre più scadenti.
Provate a vantare un credito con un ente pubblico e nello stesso tempo ad avere un debito con lo Stato.
E' inutile che vi spieghi quali siano i due pesi e le due misure applicate, a partire dagli interessi finanziari di legge.
Così anche gli extracomunitari, una volta diventati italiani, se ne renderanno conto al volo.
Allora riprenderanno i barconi e fuggiranno da questo paese vampiro il più in fretta possibile.
Statene certi!

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| 21 aprile 2017

La nostra povera Italia ormai fa fatica a restare in piedi.
Dopo anni di recessione durissima, che ha fatto sparire un terzo delle nostre aziende, che ha dimezzato il mercato immobiliare e che ha portato a livello record la disoccupazione giovanile, non si intravedono grandi segnali di ripresa.
I problemi sono sempre quelli e nessun politico sembra volerli affrontare con delle riforme serie ed efficaci.
E' soprattutto l'enorme debito pubblico, con i suoi interessi miliardari, a frenare lo sviluppo.
Così invece che tagliare le tasse, tra le più alte del mondo, lo Stato rinuncia agli investimenti locali e nazionali.
Il taglio della spesa non riguarda gli sprechi, che anzi aumentano, ma vengono ridotti i servizi alle persone e viene procrastinata la manutenzione della cosa pubblica.
E così i ponti e i viadotti crollano inesorabilmente tra la vergogna internazionale.
Ma lo Stato italiano fa ancora di peggio.
E' un cattivo pagatore quando chiede beni alle aziende private, ma se il cittadino è in ritardo nei suoi pagamenti verso l'Erario lo ammazza di interessi e di ammende.
Così oggi è l'ultimo giorno per la "rottamazione" delle cartelle esattoriali.
Chi ha aderito, si sarà subito reso conto che questa voce di "ammende ed interessi" è pari al 50% del dovuto.
Una follia in un paese di folli.
Dove in silenzio il popolo paga pure l'Iva sulle accise, cioè la tassa sulla tassa (v. bolletta elettrica).
Nulla cambia, in attesa di cambiare tutto.
W l'Italia!

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| 10 marzo 2017

L'altro giorno il Senato ha approvato il DDL anti povertà, che entrerà in vigore forse quest'estate.
Verrà dato un contributo statale che può arrivare fino a 500 € al mese a quelle famiglie, italiane e non, che sono in povertà con un reddito complessivo lordo sotto i 3.000 €/anno.
Lo stanziamento si aggira intorno ai 2 miliardi di € e coprirà meno del 25% degli aventi bisogno, che in Italia superano i 4,5 milioni.
La politica sta festeggiando con le solite chiacchiere fumose e zeppe di fuochi pirotecnici.
In realtà abbiamo un Governo che stanzia 2 miliardi per i suoi cittadini allo stremo, ma che però trova, contestualmente, 20 miliardi di € per salvare alcune banche private degli amici degli amici.
E ciò, in un paese normale, non è accettabile.
Ma gli italiani son fatti così.
Troppo buoni per cambiare.

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| 16 dicembre 2016

Questa la notizia di oggi che serve per riflettere bene.
In una scuola media di Udine, il ricco Nord Est di una volta, una alunna è svenuta durante le lezioni.
La ragazza non toccava cibo da due giorni e a casa doveva lavarsi con l'acqua fredda.
Dice il Preside della scuola: "Non è la prima volta che capita: di bambini che vivono senza riscaldamento o senza un piatto caldo, o che non hanno i soldi per pagare i buoni pasto della mensa, ce ne sono anche a Udine, e non solo qualcuno. Solo che queste situazioni non vengono quasi mai denunciate".
La povertà ora avanza anche tra chi povero non era e la vergogna di chiedere un aiuto è più profonda della fame.
Il problema è che non sono più eccezioni, ma casi comuni.
Allora sorge una questione.
La classe politica, gente da 20.000 € al mese netti per fare poco o niente, deve sedersi a programmare e, se ne è capace, provare ad incentivare una ripresa economica.
Come?
Riducendo concretamente sprechi e tasse, soprattutto.
E l'esempio deve venire dall'alto, altrimenti tutti a casa.
Noi non ci possiamo più permettere nuovi aerei di Stato, scorte galattiche, parrucchieri, sarti, autisti, camerieri, maggiordomi, segretarie, fattorini, a gogò alla Camera, al Senato e pure a quella reggia del Quirinale.
In questa situazione non possiamo buttare via decine di miliardi di euro pubblici per salvare le nostre banche private, gestite per anni da incompetenti stratosferici (per non dir di peggio).
Adesso non possiamo più spendere 4 miliardi di euro all'anno per mantenere le migliaia di migranti, che scappano dalla loro terra per venir qui a ciondolare per strada (per non dire di peggio).
Non c'entrano singolarmente PD, FI, Fratelli d'Italia, Lega, Movimento 5 Stelle, NCD, Renzi, la Boschi, Renziloni, il/la Boldrini, o chi altro.
Servono nell'immediato persone competenti, capaci di fare programmi seri, dall'agire sobrio, dalle parole misurate, ma dalle capacità perentorie nel salvare la baracca Italia.
Altrimenti è imminente la fine dell'impero e dei suoi avidi consoli.

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| 29 novembre 2016

Il mondo è profondamente cambiato.
Così tanto che non solo non riusciamo a comprenderlo, ma è difficile persino adattarsi alle nuove condizioni.
Vediamo perchè in parole semplici.
Innanzitutto l'economia è passata dalla industrializzazione, cioè dalla produzione tangibile e dai servizi, alla finanza.
Ma la finanza è di carta, è volatile, non c'è quasi niente dietro, può bruciare miliardi di capitale in un attimo ed è una ricchezza esclusiva e per pochi.
L'industria era radicata sul territorio, diffondeva salari per tanti, durava nel tempo, la si poteva toccare con mano perchè produceva beni di largo consumo.
In pratica è finito il tempo dei re per i popoli ed è arrivato quello delle banche per un'elite: un nuovo regno microscopico, ricchissimo e riservato ai privilegiati.
Poi è si è fatta avanti la globalizzazione e intere aree produttive si sono spostate in paesi lontani, dove la manodopera costa pochissimo e dove le regole sono blande.
Così il capitale resta nei paesi "avanzati", ma la vera ricchezza viene creata altrove. Basti pensare che, dati alla mano, in un paio di decenni la Cina ha falcidiato l'occupazione americana ed europea.
Infine è arrivata l'economia digitale, che sfrutta la rete mondiale di internet, fatta di aziende dalla capitalizzazione enorme, ma con pochi dipendenti e con strutture tangibili modeste.
Google con 500 miliardi di dollari di capitalizzazione (10 volte quello della General Motors) e 60.000 occupati (circa 1/4 della General Motors) ne è un esempio eclatante.
Risultato?
Le economie occidentali, quelle che per secoli hanno trainato il mondo, si stanno impoverendo.
La middle class, che era quella che consumava alla grande, sta andando in una difficoltà lenta ma progressiva, quasi inesorabile.
Nel frattempo i milionari diventano sempre più ricchi, tanto che l'1% dei super ricchi detiene il 50% della ricchezza mondiale: un disastro sociale ed epocale.
Allora inizia la guerra tra poveri.
Semplicemente, ladri di galline che sono costretti a rubare ai ladri di polli.
Così le nazioni si chiudono a riccio, i popoli diventano egoisti, le demagogie imperversano, la politica risulta incapace e la paura avanza.
Il futuro?
Se si analizzano con attenzione i dati economici degli ultimi 40 anni, non si vedono grandi speranze di ripresa.
Il mondo è cambiato radicalmente e avanzano scenari davvero preoccupanti e irreversibili.
Ora sappiate regolarvi di conseguenza e non dite che non lo sapevate.

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| 4 ottobre 2016

Bernardo Caprotti se ne è andato pochi giorni fa, alla vigilia dei 91 anni d'età.
E' stato uno dei grandi imprenditori italiani con oltre 20.000 dipendenti ed uno dei pochi a riuscire a reggere la concorrenza straniera nella Grande Distribuzione Organizzata.
Diceva che la sua fortuna era dovuta al fatto che sapeva parlare bene l'inglese (meditate giovani!) e che, quando la famiglia americana Rockefeller nel 1957 cominciò ad aprire supermercati in Italia, lui era uno dei pochi a poter interloquire con loro.
Divenne socio dei Rockefeller e alla fine si comprò tutto.
Non amava apparire e i suoi compleanni non sono mai stati festeggiati pubblicamente.
Un esempio virtuoso, rispetto alle apologie di genetliaco che abbiamo recentemente visto in TV e sulla stampa nazionale.
Era un uomo ricco, molto ricco, ma che voleva fare tutto da solo.
Per questo non ha mai voluto internazionalizzare la sua Esselunga. E fino ad oggi sembra aver avuto ragione.
Memorabile è stato il suo scontro con le Coop "rosse", che lui accusava di essere troppo legate al mondo della politica.
Di questo passaggio resta un libro, "Falce e Carrello" edito da Marsilio Editori nel 2007, che a suo tempo fu persino censurato dalla magistratura.
E da oggi il carrello di Esselunga sembra essere un pò più vuoto.
R.I.P.

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| 28 settembre 2016

Un pò di anni fa l'Europa brindava felice alla globalizzazione.
Gli imprenditori, di conseguenza, spostavano allegri le loro produzioni nei paesi dove la manodopera costava di meno.
I dazi alle importazioni venivano così abbattuti per agevolare la circolazione delle merci.
Mentre una finanza spregiudicata investiva nel mondo aleatorio dei derivati e dei suoi simili.
Tutta sulla carta, niente di reale e tangibile.
Poi sono nati i problemi.
Innanzitutto il capitale non distribuiva i suoi guadagni nelle nazioni dove era allocata la sede della società.
La manodopera infatti percepiva i suoi salari (da spendere) lontano dai paesi di origine del marchio che producevano.
Ma non basta.
Senza barriere doganali, l'Europa è stata invasa da prodotti a bassissimo prezzo, spesso imitati, con scarse garanzie qualitative e sanitarie rispetto alle materie prime utilizzate.
Ma la gente li comprava lo stesso, perchè aveva la sensazione di fare un affare immediato.
Così è cominciata la crisi.
Migliaia di aziende europee hanno cominciato a chiudere e milioni di disoccupati stanno facendo crollare i consumi.
Ed ecco l'errore più eclatante.
La UE, con i mercati in stagnazione e in deflazione, decide una suicida politica di austerity.
L'esatto contrario di quello che avrebbe dovuto fare.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti e nemmeno i miliardi di euro immessi sul mercato da Draghi (BCE) servono a qualcosa, perchè, in pratica, non c'è più nulla da comprare.
E' la decadenza dell'impero d'Occidente, mentre i cinesi e gli indiani avanzano impietosi.
Adesso in Europa la democrazia traballa, incalzata dall'insorgere di tensioni sociali.
Così i partiti estremisti trovano sempre più consensi tra la gente disperata.
La storia però insegna.
Anche i centurioni romani corsero dall'imperatore a dire che i barbari stavano calando da nord, ma la miopia del potere consolidato logorava le visioni del futuro e minava le azioni del presente.
Come è finita, basta leggerlo sui libri.

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