| 22 giugno 2018

L'economia deve essere qualcosa di incomprensibile per molti, e non solo per me.
Ci dicono che uno dei parametri da rispettare nel misurare il suo stato di salute sia il raggiungimento del 2% nell'inflazione annua.
Siccome, da quanto ci hanno detto oggi nei telegiornali, non si raggiungerà questo livello, mi aspetto di sentire accusare il governo che non sa incrementarne la crescita: in parole povere, se la terminologia ha ancora un significato, è un bel guaio se il costo della vita non aumenta, o aumenta solo di poco, nel nostro caso, più dell'aumento del PIL.
Confessando tutta la mia ignoranza, pensavo che fosse il contrario: che in genere un più alto PIL e una inflazione più bassa fossero segni di benessere in aumento, e non il contrario.
Mi aspetto che qualche solone televisivo spighi l'arcano, dicendoci almeno come dovrebbero essere correlati fra loro gli indicatori economici, o socio-economici, perché il 2% diventi un assioma.
O si tratta di un sistema complesso, in cui. in una economia sana, al reale variare di un indice dovrebbero variare (adeguarsi) tutti gli altri? E viceversa?
N:B: L'inflazione penalizza chi ha un reddito fisso, o che non si adegua la suo ritmo. Impoverisce cioè milioni di persone.

Gennaro Guala

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| 4 giugno 2018

Corsi e ricorsi storici.
Riceviamo e pubblichiamo.
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Philippe Daverio, nella suo Museo Immaginario, illustrato e commentato nel volume "il SECOLO SPEZZATO delle AVANGUARDIE", a pag.308, parlando di Francesco Giuseppe, cui sono legati lo splendore iniziale e la decadenza poi dell'Impero Austro-ungarico, culminata con la sconfitta nella prima guerra mondiale, fa una costatazione che potrebbe far piacere ai leghisti (allora forse li chiamavano carbonari, e li abbiamo sempre considerati delle élite):
"Nel 1849, con la battaglia di Solferino, perde la cassaforte: il Lombardo-Veneto contribuiva con oltre il 50% delle entrate finanziarie dell'impero".
Ho capito appieno solo ora il Giusti, cui, con la penna facile che aveva, non era servita molta fantasia nel descrivere in modo magistrale e conciso i due poveri impalati soldati d'oltralpe in fondo a Sant'Ambrogio (vado a memoria):
"muti, derisi, solitari stanno, strumenti ciechi di occhiuta rapina, che a lor non tocca e che forse non sanno"
Sono passati quasi due secoli, ma l'occhiuta rapina, in forme e modalità diverse, con la forza dell'economia e non con quella delle armi, si sta ora riproponendo pari pari.
Basta tener presente i casi clamorosi di cessioni di imprese locali a società teutoniche che avvengono e sono avvenuti da ultimo in Bergamasca (anche una importante ditta dolciaria sembra se ne stia andando) per rendersene conto.
Qualche famiglia si arricchisce (o pensa di arricchirsi), qualche altra di non fallire.
Però state tranquilli: i soldi che vengono investiti in Italia, ritorneranno da dove sono venuti, con tanto di interessi.
Ma noi, come collettività, se non ci si dà in qualche modo una mossa, fatte le dovute proporzioni e distinguo, diventeremo come era l'Albania per noi, quando faceva le scarpe per le ditte delle Marche e dell'Umbria.
Una nazione di prestatori d'opera, pagati il meno possibile.

Gennaro Guala
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| 11 maggio 2018

Parecchie aziende italiane cambiano di proprietà.
Non saranno tutti gioielli di famiglia, ma alcune riescono a strappare delle offerte clamorose.
In proposito riceviamo e pubblichiamo.
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Con "Italo" è la volta degli americani a prendersi un pezzetto di Italia. Vorrei tanto che qualcuno mi chiarisse come la società (privata) abbia fatto a spremere loro 2,4 miliardi, dato che era in perdita gestionale per circa 500 milioni di Euro, e che la banca Intesa San Paolo, socio di maggioranza, spingeva per vendere, penso per recuperare i crediti cumulati e irrecuperabili.
E che mi fosse spiegato se è infondato il mio sospetto che due miliardi non sia solo la stima del patrimonio della società (derivante dai capitali investiti e industrialmente valorizzati) ma dalla cessione dell'uso privilegiato di una delle migliori linee delle FFSS, pagata con i soldi dei contribuenti e ceduta, a suo tempo, ad un prezzo "politico" ai promotori dell'operazione.

Gennaro Guala
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| 7 maggio 2018

L'Italia ormai è un paese malsano per le varie imprese economiche.
Le aziende, tra tasse dirette e indirette, subiscono un capestro che supera il 62%, oltre all'obbligo di sottostare a centinaia di adempimenti fiscali all'anno.
Le partite IVA non sono messe meglio.
Per loro le tasse da pagare assommano al 64,5% e hanno pure gli acconti anticipati da versare.
Solo un pazzo può decidere di fare onesta imprenditoria in un regime fiscale del genere.
Ma anche il privato cittadino viene regolarmente dissanguato.
Prendiamo ad esempio l'ultima bolletta del gas di casa, arrivata settimana scorsa ad un pensionato italiano.
Ecco le voci di costo.

- spesa per la materia GAS NATURALE: 340,77€
- Spesa per il trasporto e la gestione del contatore: 133,56 €
- Spesa per oneri di sitema: 43,90 €
- Totale imposte e IVA : 394,31 €

TOTALE BOLLETTA: 912,54 €

Quindi il cittadino deve pagare, in tassazioni varie, circa tre volte il suo consumo reale di gas.
Per non parlare dell'IVA sulle accise, cioè della tassa sulla tassa!
Cari Signori, questi sono i veri problemi del Paese e con imposte di questa grandezza siamo destinati a soccombere.
Nel colpevole silenzio del popolo e nell'arroganza di una politica incapace.

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| 12 marzo 2018

Pubblico una risposta al post precedente e la sottostante mia replica.
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Se non si vogliono inficiare i ragionamenti fatti, le tesi esposte, occorre essere corretti; non mi pare si possano definire tasse i contributi previdenziali versati all'INPS, sono accantonamenti che verranno restituiti con la futura pensione. Togliamoli dai conti, sia sotto il profilo ragionieristico che politico, il ragionamento esposto non cambia nella sostanza, ma ne viene accresciuta la sua credibilità.

2018/03/08 by riccardo bianchi • • Rispondi al commento

Grazie per la tua risposta, Riccardo.
Ecco cosa dicono in proposito gli esperti fiscali.
In generale si può affermare che il contributo è una “via di mezzo” tra imposte e tasse: si tratta di un prelievo coattivo come un’imposta, ma viene effettuato per finanziare un’opera o un servizio pubblico specifico come nel caso delle tasse.
E' superfluo ricordare che in molte nazioni il contributo previdenziale è più basso di quello italiano.
Poi oggi nel calcolo della pensione si può essere soggetti al calcolo retributivo, misto o contributivo, quindi non si riceverà mai esattamente quanto versato in precedenza.
Inoltre la pensione erogata in futuro sarà comunque nuovamente ritassata.
Infatti in Italia la pensione viene considerata come una prestazione economica equiparata al reddito da lavoro dipendente ed è soggetta, pertanto, allo stesso tipo di tassazione, cioè all'Irpef. Così l'Inps, in qualità di sostituto di imposta, effettua sulla pensione una ritenuta alla fonte a titolo di imposta sul reddito delle persone fisiche, al pari di quanto accade per il reddito da lavoro dipendente.
E anche questo è assolutamente iniquo in linea di principio.
Perchè il reddito, che ha generato la pensione, è già stato abbondantemente tassato in precedenza dallo Stato.
Quindi la tassa sulla pensione non è altro che un'ulteriore tassa sul tassato.
Spero di aver chiarito anche il senso politico della questione.

Giorgio
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| 8 marzo 2018

Dopo il voto, fervono i preparativi per trovare la possibile maggioranza di un nuovo governo.
Le promesse pre-elettorali sono state molte e mirabolanti, ma una è assolutamente improcrastinabile: l'abbassamento delle tasse.
Ieri un serio commercialista mi ha fornito dei dati che sono sconvolgenti.
Prendiamo, a titolo di esempio, un giovane professionista e scegliete voi tra neo avvocati, ingegneri, periti, architetti, ragionieri, tutti con una luccicante partita Iva.
In banca, sul suo conto corrente, ha solo un migliaio di euro, ma si sa, ha appena iniziato ed è pieno di belle speranze.
A gennaio riesce a sottoscrivere un importante contratto di consulenza con una grande azienda, che gli offre 100.000 € per la sua prestazione di un anno solare.
A dicembre perciò si trova a dichiarare un reddito utile di 100.000 €, un vero successo economico, ma adesso vediamo quante sono le tasse che deve effettivamente pagare.
Di Irpef assommano 36.170 €, di Inps 27.720 €, poi ci sono le addizionali (regionali, comunali, ecc.) pari a circa 2.300 €, poi deve versare l'Irap che ammonta a 3.900 € ed infine l'Inail per un 500 €.
Il totale di tasse è dunque di 70.590 € (oltre il 70% del suo guadagno!!!) e perciò in tasca gli restano netti 29.410 €.
Già questo è uno scandalo gigantesco, ma non è finita qui, perchè adesso arriva l'obbrobrio fiscale.
Siccome è al primo lavoro e alla sua prima dichiarazione, deve versare entro la fine dell'anno corrente altri 70.590 € di acconto per il presunto reddito sull'anno successivo.
Ma il giovane professionista ha sul suo conto corrente solo 29.000 €, ammesso che non abbia speso niente in tutto l'anno, oltre ai pochi spiccioli di prima.
Quindi?
Quindi deve andare in banca per chiedere un oneroso e garantito prestito di almeno 50.000 €, ammesso che glielo diano, al fine anticipare tutte le nuove le tasse.
Chiudo così, perchè ho dimostrato che una neo partita Iva, invece che guadagnare col suo onesto lavoro, in realtà da noi si indebita per pagare lo Stato.
Capito gente, perchè bisogna evadere, o espatriare per non morire?
E dove sono gli Ordini Professionali, che dovrebbero fare le barricate contro una legge tanto iniqua?
E dove sono i politici che dovrebbero cambiare al volo un fisco assassino?
W l'Italia e le sue silenti follie!

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| 20 febbraio 2018

Ha fatto scalpore l'esternazione di ieri del Ministro Calenda che ha definito "gentaglia" il management di Embraco, l'azienda piemontese che fa parte del gruppo multinazione Whirlpool.
Infatti, anche a causa della crisi del settore elettrodomestico italiano, 500 lavoratori diretti perderanno il posto di lavoro, oltre alle ripercussioni su tutto l'indotto dei vari fornitori.
Le dure regole del mercato capitalistico e globalizzato sono queste.
Quando un'azienda non produce più utili, anzi accumula perdite, inesorabilmente viene chiusa.
Già nel 2004 la Embraco navigava in cattive acque e solo un contributo pubblico di 12 milioni di euro aveva mantenuto a galla la società.
Ora le linee produttive andranno nella più conveniente Slovacchia e tanti saluti a tutti.
La politica, sotto elezioni, fa finta di essere furiosa, ma si dimentica alcune cosine semplici, semplici, che non sono mai cambiate nel corso dei decenni.
In Italia sono tanti i gap a sfavore delle aziende: tasse sul costo del lavoro tra le più alte d'Europa, crediti aziendali non tutelati, giurisprudenza lenta e quasi sempre contraria, norme e tributi da far impallidire i più onesti, contratti lavorativi ancora rigidi, costi dell'energia elevati, burocrazia mastodontica, sistema bancario poco favorevole, infrastrutture carenti e agevolazioni all'imprese quasi nulle.
Continuo?
Meglio di no.
Ma ormai è inutile piangere sul latte versato.
Ed è superfluo fare teatrini politici, quando i buoi sono scappati da una delle tante stalle pericolanti.

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| 12 febbraio 2018

I gioielli dell'impresa italiana vengono venduti agli stranieri.
Che ne pensate?
Riceviamo e pubblichiamo.
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Abbiamo a suo tempo ceduto la San Pellegrino ai francesi; sempre ai francesi la Magrini; ai cinesi la Riva, ai tedeschi l'Italcementi, multinazionale bergamasca ramificata in mezzo mondo.
Tanto per portare alcuni esempi che ci sono vicini.
La Fiat se ne è andata da Torino e pagherà le tasse chissà dove. Adesso venderemo Italo agli americani o a qualche fondo non ben precisato, poi toccherà ad Alitalia.
Fincantieri è diventata a metà dei francesi, ed è considerato un successo.
Come può essere vantato a sostegno della buona gestione economica e sociale dei nostri governi che investitori stranieri vengano a fare shopping delle nostre migliori imprese, licenziando gente e facendo lavorare gli altri fin quando garba loro (Amazon docet) con stipendi o paghe indecenti, come se fossimo paesi del Terzo Mondo?

Gen Guala
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| 8 gennaio 2018

Con il nuovo anno sono arrivati gli immancabili aumenti governativi: soprattutto per luce, gas, liquidi per sigarette elettroniche (450 €/litro di tassa!) e autostrade.
Un vero salasso, che peserà per oltre 1.000 € all'anno su ogni famiglia.
Oggi però la gente è infervorata per l'ennesimo balzello sul sacchettino di plastica bio, che serve ad avvolgere la frutta e la verdura fresca nei supermercati.
In questo caso si stima una maggiorazione della spesa di circa 15 € all'anno.
Come si nota, c'è qualcosa che non quadra.
E questo qualcosa, è soprattutto di tipo psicologico.
Perchè il centesimo speso per la bustina di plastica viene ricondotto ad un piacere renziano fatto ad una industriale leopoldiana che gestisce il maggior produttore di materia prima per fabbricarla.
E allora apriti cielo.
Ma guardiamo invece il discorso delle autostrade.
Qui lo scandalo è enorme.
La rete autostradale pubblica italiana è gestita da delle concessionarie private che hanno avuto l'assegnazione dall'Anas e dal Ministero dei Trasporti tramite un contratto segretato.
Ad esempio, Autostrade per l'Italia dal 2002 è data in affidamento ad una società della famiglia Benetton.
Sì, avete capito bene, nessuno può conoscere i termini economici di queste concessioni decennali, anche se si tratta di un bene dello Stato, cioè nostro.
Le società concessionarie hanno visto aumentare negli ultimi anni i loro utili del 30%, sono cresciuti pure i fatturati, ma hanno ridotto gli investimenti sulla rete.
Quindi?
Dove è Calenda dell'Anticorruzione? Perchè non indaga anche su questi appalti?
Il problema è che, nonostante ciò, dal 1^ gennaio gli aumenti dei pedaggi sono stati in molti casi dell'ordine delle 2 cifre e su alcuni tratti addirittura del +50%.
Con che logica, nessuno lo sa.
Allora gente cara, forse è il caso di darsi una sana svegliata, visto che le autostrade sono un patrimonio pubblico e che molti di noi, per lavoro, non ne possono fare a meno.
Subire in silenzio, non è un indice di democrazia attiva.
E del liquido per le sigarette elettroniche da 500 € al litro (di cui il 95% è tassa), ne parliamo prossimamente.

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| 3 ottobre 2017

Vi lascio da leggere il mio ultimo editoriale pubblicato da QUI BERGAMO e attualmente in edicola.

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I recenti dati economici appalesano una certo aumento del PIL italiano, ma siamo a livello dell’uno virgola. Anche l’occupazione sembra migliorare e il Governo non ha tardato a suonare campane di giubilo per la soddisfazione. Purtroppo come crescita siamo al penultimo posto in Europa e ben al di sotto della media dei paesi UE. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, resta ancora molto alta. Però è vero che, dopo la peggior crisi dal dopoguerra ad oggi, è meglio intravedere segnali positivi piuttosto che negativi. Il problema italiano è invece un altro. Sono purtroppo ancora presenti degli ostacoli strutturali, che limitano lo sviluppo delle imprese e gli investimenti stranieri. Sono principalmente tre i vincoli: tasse, burocrazia e giustizia. E se non si prendono decisioni veloci e migliorative su questi argomenti, rischiamo di rientrare rapidamente nel tunnel della crisi, dopo averne intravista l’uscita. Al di là della retorica e delle continue parole della politica, vediamo i fatti concreti. Per quanto riguarda le tasse, oggi le nostre imprese pagano, tra dirette ed indirette, qualcosa come il 67%, una cifra enorme che rende soprattutto le piccole e medie aziende poco competitive ed impossibilitate a fare nuovi investimenti. Poi, il costo del lavoro in Italia è assoggettato a gravami fiscali statali così alti da far praticamente raddoppiare quanto viene erogato al dipendente come netto in busta paga. Anche il sistema bancario, coperto da centinaia di miliardi di euro di passati crediti inesigibili, ora concede finanziamenti alle imprese col contagocce, solo se sono super garantiti e con tempi biblici. Infine il costo dell’energia elettrica, che in Italia è molto caro per le aziende (tra i più elevati d’Europa), diventa un handicap significativo per la competitività industriale. Questo discorso si collega ad una burocrazia esasperante. Ad esempio, per un ampliamento di una fabbrica servono decine di pratiche comunali, provinciali, regionali, nazionali e anni di tempo per una autorizzazione o una concessione edilizia. Sono davvero centinaia le norme e le regole a cui un’impresa deve sottostare nel suo operare quotidiano. Vengono continuamente aggiornate o modificate dai vari Governi e obbligano gli imprenditori ad assumere un commercialista e un avvocato a tempo indeterminato. Il rapporto con gli enti statali raramente può essere gestito on line e il tempo che si butta via in coda agli sportelli è una prerogativa tutta italiana. Inoltre mancano grandi opere strutturali che favoriscano lo sviluppo consolidato. Pensate che l’autostrada A1, la principale via di collegamento tra Nord e Sud, da Roma a Firenze è ancora a due corsie. E da Civitavecchia alla provincia di Livorno non è mai stato costruito un breve tratto di autostrada in modo da completare l’asse tirrenico. In Cina la asfalterebbero in una settimana! Infine abbiamo il problema della Giustizia italiana. E non è solo un discorso di certezza della pena. La provincia di Roma ha lo stesso numero di avvocati di tutta la Francia, ma i tribunali sono un augurio di lunga vita. Per una sentenza civile di primo grado da noi ci vogliono almeno 5 anni. Per una sentenza definitiva nel penale può non bastare un decennio. Non parliamo poi di un recupero crediti: certe leggi sembrano fatte apposta per tutelare i debitori più astuti, anziché chi vanta dei pagamenti. Da noi ci sono aziende fallite perché lo Stato non ha pagato per tempo i lavori da lui commissionati: pura follia! I tribunali del Lavoro emettono sentenze che nel 99% dei casi sono comunque favorevoli al lavoratore ed impediscono il consolidarsi di un concetto di meritocrazia aziendale e di dovere professionale. Il caso dei “furbetti del cartellino” ne è un esempio eclatante. E’ ovvio che un possibile investitore straniero sia sconcertato da questi cavilli italioti e preferisca spendere i suoi soldi altrove. Concludendo, non credo che l’Italia possa considerarsi ancora fuori dal baratro. Assistiamo a continui proclami verbali che nulla hanno a che fare con azioni concrete e permanenti. Non vorrei che questa ripresina sia più da addebitarsi a fattori esterni al nostro Paese, piuttosto che a reali cause interne. E non ho parlato di spesa dello Stato e di debito pubblico. Un macigno incredibile, pronto a rotolare a valle qual’ora il costo del denaro dovesse salire. Per coprire le troppe spese pubbliche (compresi i 5 miliardi all’anno di costi per i migranti), con la manovra di autunno arriveranno i soliti ed inevitabili aumenti di bollette, autostrade, ticket e forse Iva. Poi, visto che ormai le pensioni per i neo parlamentari a settembre sono maturate, nella prossima primavera andremo finalmente a votare. Ma incombe il rischio che, nel frattempo, vengano approvate leggine onerose, fatte apposta solo per aumentare il consenso elettorale. Ma si sa, il popolo italiano è buono e paziente, e una soluzione temporanea per sopravvivere la troverà sempre. Almeno così si spera. E la speranza è l’ultima a morire.
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Anche su Twitter: @Fuochidipaglia