| 13 luglio 2017

Bergamo, secondo i dati del Sole XXIV Ore, è una delle prime città italiane per incassi da multe stradali.
Si parla di circa 7 milioni di euro all'anno.
Il dato è in controtendenza se confrontato con il resto del territorio nazionale, perchè nel nostro Comune è in aumento rispetto agli anni precedenti.
Ora, è normale che se uno commetta un'infrazione al codice debba pagare, ma l'accanimento è tutta un'altra cosa.
L'altra sera, verso le 19, in una laterale di via Quarenghi a Bergamo, un signore ha posteggiato per 5 minuti il veicolo senza nessun intralcio alla circolazione e con le 4 frecce accese.
Immediatamente sono arrivati i Vigili ed è scattata la contravvenzione per divieto di sosta.
Inutile è stata la disponibilità dell'automobilista ad andarsene.
Ed inutili sono state le relative proteste.
La risposta dei Vigili è stata letteralmente: "Abbiamo disposizioni di fare così".
Appunto, quello che dà più fastidio è la volontà di fare cassa a tutti i costi.
Cosa serve mettere i 50 all'ora in via Autostrada, una strada senza pericoli e a doppia corsia?
Così il sabato mattina ti ritrovi l'autovelox con due bei
vigili piantati in mezzo al rondò.
E a chi giova avere una tangenziale bergamasca, dove di solito la velocità consentita dovrebbe essere di 110 km/h, con limitazioni che vanno ripetutamente ed alternativamente dai 70 ai 90 km/h?
Salvo trovare poi il solito telelaser nascosto proprio nel tratto di decelerazione.
Ma la rabbia monta quando vedi vecchie macchine scassate, solitamente guidate da extracomunitari, che sono in circolazione senza fari o frecce, senza revisione (sarebbe impossibile passarla in quelle condizioni) e magari senza assicurazione, lasciate in ogni dove.
Questi signori se ne fregano, perchè le multe non le pagano.
Ma si sa, le casse dei Comuni sono vuote e allora non resta che tartassare i soliti mansueti automobilisti orobici.

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| 30 giugno 2017

Vi lascio da leggere il mio editoriale pubblicato da QUI BERGAMO e che potete trovare attualmente in edicola.
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La bassa pianura bergamasca è ancora ricca di cascine agricole, dove il regista Ermanno Olmi ha ambientato un film famoso per descrivere la vita contadina di un tempo che fu: “L’albero degli zoccoli”. Gli anziani di oggi ricordano bene quegli anni di sacrifici e di povertà estrema. Gesti semplici, ma dettati dalla sopravvivenza: allora d’inverno le coperte prima di essere messe sui letti venivano scaldate sulle schiene delle mucche, i vestiti erano grezzi, gli zoccoli si intagliavano direttamente dai tronchi del bosco, il cibo spesso non bastava per tutti, i panni si lavavano al fiume e le stagioni scandivano il ritmo naturale di una vita dura. La gente però si aiutava e le famiglie potevano crescere anche tra mille difficoltà. Però non c’erano aiuti pubblici e lo Stato forniva solo l’assistenza sanitaria e quella scolastica. Per il resto bisognava adattarsi e arrangiarsi con la fatica nei campi. Questi stessi anziani vedono ora i loro paesi totalmente cambiare. Una moltitudine di africani, arabi e indiani hanno trovato lavoro, anche in nero, nelle stalle e nelle serre. Lo stipendio è alto, ma, si sa, gli italiani non vogliono più fare certi mestieri. Persone straniere che vengono da culture diverse, con usanze molto differenti e che fanno fatica ad integrarsi. Però non sono loro a creare malumore. Sono le altre centinaia di migliaia che arrivano qui e a cui lo Stato italiano offre vitto, soldi, cure e alloggi gratuiti senza pretendere nulla in cambio. Extracomunitari che ciondolano tutto il giorno senza lavorare e senza rendersi utili alle comunità che li ospitano. Per loro non esistono regole di integrazione, o leggi da rispettare. Anzi, le nostre scuole hanno persino abolito certe ricorrenze religiose e alcuni segni della tradizione cattolica pur di non suscitare dissapori in classi sempre più multietniche. Chiunque tenti di far capire che esiste una bella differenza tra l’immigrazione economica, che è il 90%, e quella umanitaria (10%), viene subito tacciato di razzismo e di cattiveria. Ma c’è anche un problema non da poco, finanziario e morale. L’Italia spende per i migranti stranieri quasi 5 miliardi di euro all’anno e non se lo può assolutamente permettere. Non solo per una questione di bilancio statale, ma soprattutto perché ci sono più di 8 milioni di connazionali in povertà assoluta o relativa che non ricevono nessun aiuto pubblico, se non quello di alcune associazioni benefiche private. Come è possibile pensare agli altri se non si è in grado prima di mantenere se stessi? E torno ai nostri contadini. Se andate nella bassa e provate a chiedere cosa ne pensi la gente di questa situazione, vi troverete di fronte a tanto, tantissimo malessere e disappunto. Loro 50 anni fa il vitto, il salario e l’alloggio se lo sono dovuti guadagnare col sudore della fronte e con il rispetto silenzioso. E, badate bene, non è populismo, non è razzismo, è solo un ragionamento dettato dalla logica dei fatti. Ma parlare in questo modo ad una infervorata Boldrini e a una certa area della sinistra oggi non è possibile. Non è che non intendono, è che proprio non vogliono capire. La stessa Presidenta della Camera si dichiara contro le armi e non saluta i nostri paracadutisti della Folgore che sfilano a Roma nella parata del 2 giugno, ma alla sua personale scorta armata quotidiana, pagata dai contribuenti, non rinuncia di certo. Ecco l’ipocrisia della politica e l’arroganza delle istituzioni. Invece cosa ci sia, economicamente parlando, dietro al traffico dei migranti, lo dimostrano le tante inchieste e le evidenze giudiziarie, ma guai a farlo presente ai soliti buonisti di turno. E la religione qui non c’entra niente, perché il terrorismo dei fanatici islamici contro i cristiani e lo scontro ideologico basato su fedi diverse che per secoli non sono riuscite a convivere, sono tutta un’altra cosa. Questa è solo una semplice analisi asettica di un mondo sociale che si è trasformato anche in mancanza di leggi precise e di doveri da rispettare. E la situazione sta velocemente degradando verso una società sregolata, sempre meno tollerante, lontana dalle tradizioni, colma di contraddizioni e costretta a convivere forzatamente senza che ci sia stata una libera scelta dei cittadini italiani. Diversità che perciò continueranno a dividere, in una guerra di ingiustizie palesi tra i tanti poveri, nostrani e stranieri che siano. Poi sarà inutile chiudere le nostre stalle quando i buoi saranno già scappati. E “L’albero degli zoccoli 2” Ermanno Olmi non lo girerà più.
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| 12 giugno 2017

I recenti fatti di piazza San Carlo a Torino, dove per un falso allarme terrorismo ci sono stati oltre 1000 feriti, dovrebbe far riflettere tutti i sindaci italiani sulla sicurezza delle adunate pubbliche.
E invece ancora assistiamo a negligenze e a superficialità nell'organizzazione di eventi all'aperto.
Sabato sera a Bergamo si è svolta la tradizionale festa di fine scuola, che ha visto migliaia di studenti ritrovarsi dopo cena al Lazzaretto.
Un'antica struttura rettangolare con un grande prato al centro ed un'unica uscita verso l'esterno (v. foto di fianco allo stadio).
Bene, per tutta la serata (l'incontro finiva a mezzanotte) c'è stato un gran traffico nelle zone limitrofe.
Motorini, biciclette, auto coi genitori, andavano e venivano in continuazione.
Ma, udite udite, non c'era l'ombra di un vigile urbano, o di un poliziotto, o di un carabiniere.
Da testimonianze dirette dei genitori, possiamo affermare che sul posto in pratica erano completamente assenti le Forze dell'Ordine.
L'unico segnale delle istituzioni era un'ambulanza.
Punto e basta.
Perchè?
Eppure i rischi potevano essere alti, sia per il tipo di struttura utilizzata, che soprattutto per la presenza di così tanta gente, tra cui una moltitudine di minorenni.
D'altronde, birre in vetro e canne non mancavano di certo.
A posteriori è andato tutto bene, ma forse in futuro il Sindaco Gori potrebbe distaccare per l'occasione qualche vigile dai consueti autovelox e garantire un servizio d'ordine anche alla tradizionale festa di fine scuola.
Altrimenti è inutile, poi, piangere sul latte versato.
Grazie.

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| 5 maggio 2017

Nella notte di Bergamo si è spento a 93 anni l'ing. Salvo Parigi, ex consigliere comunale, provinciale e regionale, ma soprattutto per anni presidente dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) bergamasca.
Ho avuto il piacere di trascorrere con lui tanto tempo.
Lunghe e frequenti sono state le chiacchierate nel suo studio di via Pignolo e insieme salivamo alla Malga Lunga per ogni ricorrenza.
Lo voglio ricordare come un uomo intelligente, educato e soprattutto coraggioso.
Sapeva analizzare le problematiche, individuandone anche i risvolti più nascosti.
Come ogni politico di classe, cercava di raggiungere un equilibrio collaborativo con tutte le parti.
Da buon ingegnere sapeva costruire, non distruggere!
Ma sui valori non accettava compromessi.
Quando una decina di anni fa finii massacrato anche sui media, Salvo è stata una delle poche persone a restarmi vicino, personalmente e pubblicamente.
Aveva capito e, nonostante fossi coperto di fango, non mi ha mai abbandonato, neanche per un secondo, esponendosi addirittura in prima persona.
Non solo per quei momenti, l'ing. Parigi è stato davvero un mio maestro di vita.
Porterò con me la sua luminosa figura, che ha saputo dare tanto a tanti.
Ciao, caro Salvo e grazie di cuore!
R.I.P.

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| 27 marzo 2017

Vi lascio da leggere il mio ultimo pezzo pubblicato da QUI BERGAMO e attualmente in edicola.

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E’ una domenica di inizio febbraio nel centro di una ricca città del Nord Italia. Piove, ma per strada c'è tanta gente, forse richiamata dagli ultimi giorni di saldi al 70%. Sono numerosi gli extracomunitari che chiedono l'elemosina ai passanti. Ognuno ha il suo posto fisso: chi fuori dal ristorante alla moda, chi davanti ai grandi magazzini, chi nell'angolo cruciale. Sono sempre gli stessi e ormai si conoscono bene. “Ciao amico!”, è il loro modo di salutare. Prima sorridono, scherzano, poi il loro approccio si fa disperato: “Ho fame, non mangio da ieri, mi puoi dare qualcosa?”. Sono insistenti, non ti mollano, ti stanno vicino, quasi a contatto e ti accompagnano con la mano tesa per un pezzo di strada. Qualche anno fa alcuni di loro, i più evoluti commercialmente, stendevano un lenzuolo per terra e lo riempivano di falsi prodotti griffati, tra cui giubbini, scarpe, cinture, portafogli e borse. Erano ben organizzati e c’era sempre una vedetta pronta a segnalare l’arrivo delle Forze dell’Ordine. Allora il lenzuolo con dentro le grandi firme si ripiegava velocemente e in un secondo tutto spariva. Poi i negozianti regolari hanno cominciato a protestare, quasi fossero gli extracomunitari a rovinare le vendite su piazza. Così la Polizia Comunale ha aumentato i controlli e ha iniziato a sequestrare un bel po’ di mercanzia. Da quei giorni in centro i lenzuoli griffati non si vedono più. Meno rischioso chiedere l’elemosina. Tempo fa un ragazzo della Costa d’Avorio, garbato e aiutato da una faccina rassicurante, mi ha confessato che nei weekend riesce a raccogliere anche 200 €. Vive alla Caritas e quindi spese non ne ha. Certo non è una gran vita, d’inverno fa freddo per strada e la fortuna è tutta un’altra cosa, ma alla fine ci si adatta. Poi in città c’è un altro modo di fare affari, anche se magri. Alcuni extracomunitari sono aggiornatissimi sulle previsioni meteo, che ormai scaricano con regolarità dai cellulari. Infatti alle prime gocce d'acqua spuntano una miriade di venditori d'ombrelli. Li trovi dappertutto e sono di ogni razza: senegalesi, nord africani, indiani, cingalesi. Gli ombrelli però sono solo di due tipi: quelli pieghevoli che si possono portar via a 5 € e quelli automatici che partono da una base d’asta di 10 €. I venditori sono multietnici, ma la mercanzia è tutta uguale e rigorosamente made in China. Chissà chi la distribuisce all’ingrosso! Ieri mi sono fermato sotto la pioggia a chiacchierare con un senegalese alto, giovane, educato, dal portamento fiero e che parlava un italiano quasi perfetto. Per 7 € ti rifilava un ombrello dalle fattezze discrete. Gli ho chiesto che senso avesse lasciare Dakar per fare questa vita. E lui mi ha confermato che era tutta colpa di suo zio, che non gli aveva spiegato quanta crisi ci fosse in Italia. "Guarda - mi dice – se potessi tornare indietro, non verrei più qui. Non c'è lavoro, le fabbriche stanno chiudendo e nemmeno in nero riesco a trovare qualcosa da fare. Noi dall'Africa non abbiamo idea di quale sia la grave situazione economica italiana. Allora perchè ci dicono di venire qui?" Bè, ecco un termometro reale dell’economia nel nostro bel paese. E forse le vere motivazioni di tanta immigrazione sono da ricercare in un business fiorente e nemmeno nascosto. L’Italia spende circa 4 miliardi di euro all’anno per distribuire e mantenere questa gente nei vari centri d’accoglienza. La maggior parte del denaro non va agli immigrati, ma resta alle associazioni e alle cooperative che gestiscono un flusso migratorio di quasi 200.000 persone ogni anno. E’ un affare dai fatturati incredibili e meno rischioso del traffico degli stupefacenti. La politica e la malavita non sono indifferenti a questo fiume di soldi, che parte dagli scafisti e arriva ai vari Cara, Cie, Cda o Cpsa. Denaro fatto in pratica sulla pelle di una modernizzata tratta degli schiavi. Poi questa gente si riversa per strada, spesso fa casino, si integra con la delinquenza locale, insomma disturba l’italiano medio che sta già patendo una dura crisi economica. E allora la polveriera si accende in un attimo, in una guerra tra poveri e dannati. “Su, dammi l’ombrello, caro senegalese, che piove e buona fortuna a tutti!”
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| 6 febbraio 2017

E' una domenica di inizio febbraio nel centro di una ricca città del Nord Italia.
Piove, ma per strada c'è tanta gente, forse richiamata dagli ultimi giorni di saldi al 70%.
Sono numerosi gli extracomunitari che chiedono l'elemosina ai passanti.
Ognuno ha il suo posto fisso: chi fuori dal ristorante di moda, chi davanti ai grandi magazzini, chi nell'angolo cruciale.
Sono sempre gli stessi e ormai li conosci bene.
Sono insistenti e ti accompagnano con la mano tesa per un pezzetto di strada.
Sono diventati rari quelli che vendono i falsi griffati, perchè i commercianti regolari hanno protestato e la Polizia Comunale esegue serrati controlli.
Ma alle prime gocce d'acqua spuntano una miriade di venditori d'ombrelli.
Ieri mi sono fermato a chiacchierare con un senegalese alto, giovane, educato, dal portamento fiero e che parlava un italiano quasi perfetto.
Per 7 € ti rifilava un ombrello dalle fattezze discrete.
Gli ho chiesto che senso avesse lasciare Dakar per fare questa vita.
E lui mi ha confermato che era tutta colpa di suo zio, che non gli aveva spiegato quanta crisi ci fosse in Italia.
"Guarda - mi dice - potessi tornare indietro, non verrei più qui. Non c'è lavoro, le fabbriche stanno chiudendo e nemmeno in nero riesco a trovare qualcosa da fare. Noi dall'Africa non abbiamo idea della grave situazione economica italiana. Allora perchè ci dicono di venire qui?"
Bè, ecco una reale analisi del nostro bel paese.
E forse le reali motivazioni di tanta immigrazione, sono da ricercare in un business fiorente e nemmeno tanto nascosto.

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| 21 dicembre 2016

A Bergamo un altro omicidio.
Dopo il caso di Seriate di quest'estate, dove la professoressa Gianna Del Gaudio è stata trovata accoltellata in casa, ieri sera un altro efferato episodio nel quartiere di Colognola.
E' toccato a Daniela Roveri, manager di 48 anni, finire sgozzata sull'uscio di casa.
Potrebbe trattarsi di una rapina, perchè manca la borsa della donna, una persona riservata e benvoluta.
Nel 2016 gli omicidi a Bergamo sono stati 4: tre donne e un ragazzo.
Il sindaco Giorgio Gori, recatosi stamani sul luogo del delitto, ha detto: «Certo quello che è accaduto qui è una cosa bruttissima, ma è accaduto qui come poteva accadere ovunque. Non c’è ragione di avere paura qui come da un’altra parte».
Mi permetto di dissentire.
Non vorrei che la filosofia del PD di interpretare la realtà travisandone i contenuti, prendesse troppo piede pure da noi.
Anche per la dura crisi economica, dati alla mano (anno 2015, fonte Il Sole XXIV Ore), in Italia si commettono 7.500 reati al giorno e si conteggiano solo quelli denunciati.
Ma ecco perchè non sono d'accordo sul fatto che "qui" a Bergamo è uguale al resto d'Italia.
La media generale italiana è di 1.995 reati ogni 100.000 abitanti.
Però a Milano questo numero sale a 7.636, mentre a Bergamo è a 4.291 (più del doppio della media nazionale!).
Vediamo i numeri delle province limitrofe a quella orobica: Brescia è quasi simile con 4.279 reati ogni 100.000 abitanti, ma Como è a 3.220, Lecco a 3.492, Cremona a 3.578 e Sondrio a 2.662 (quasi la metà di Bergamo).
Quindi, senza creare allarmismi e senza però minimizzare, sarebbe bene metter mano al discorso sicurezza, pensando a cosa concretamente fare in modo serio.
Città per città.
Perchè l'assassino della povera Daniela se ne è andato senza problemi alle 21 di una sera qualunque in una delle zone più ricche, ma non più sicure, d'Italia.

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| 12 settembre 2016

Bergamo è una bella città, laboriosa, conservatrice, cattolicissima.
E' piccola ma accogliente.
Forse fin troppo.
Ormai il centro è diventato di proprietà delle varie bande di extracomunitari (magrebini, africani, slavi, sudamericani, ecc.) che non solo vi sostano, ma che la fanno da padroni.
Anche passeggiare è pericoloso, perchè questi individui sono arroganti e sanno perfettamente di non correre alcun rischio legale.
E' sufficiente vedere come hanno ridotto ad una latrina i propilei, alla faccia dei vigili urbani che proprio lì hanno una sede.
Svaccati sulle panchine del centro a fumare erba o ad ubriacarsi, ti guardano con fare minaccioso, addirittura sprezzante.
Per non parlare della zona stazione-piazzale degli Alpini, regno di bande incontrastate di delinquenti, di spacciatori e di tossici.
E da lì ogni giorno transitano centinaia di studenti.
I nuovi conquistatori delle nostre città sono proprio questi barbari violenti.
I mezzi di sicurezza scarseggiano, ci dice il Comune, e la poca vigilanza è pure timorosa.
In ogni caso i tribunali sono comprensivi e le leggi sono miti.
Il servo bergamasco ormai è costretto a passare veloce, con la borsa ben stretta, in silenzioso timore e a testa bassa.
Ed ecco la cronaca "nera".
Nel tardo pomeriggio di sabato scorso, in pieno centro, c'è stata l'ennesima rissa, con tanto di giovanotti che si scazzottavano in mezzo a via May, a pochi passi da viale Papa Giovanni.
E i muti automobilisti bloccati a guardare il nuovo Bronx in azione.
Una soluzione ci sarebbe: un bel intervento della Celere che riempia di sane manganellate questi delinquenti.
D'altronde, la Polizia dei loro paesi natii non fa sconti a nessuno.
Nemmeno ai turisti!
E allora smettiamola di continuare a giustificare col solito servile buonismo.
Come ci siamo ridotti, è sotto gli occhi di tutti.

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| 29 agosto 2016

Sabato scorso in Italia era lutto nazionale per ricordare le quasi 300 vittime del terremoto.
In questo periodo i telegiornali hanno fatto del dolore e dell'enfasi il loro palinsesto ininterrotto, quasi il mondo si fosse fermato.
Poi, tra qualche settimana, del terremoto e della ricostruzione non si parlerà più.
Perchè da sempre le notizie seguono l'onda delle emozioni indotte.
Però sabato sera a Bergamo è accaduto un episodio che è difficile da condividere.
Dalle mura medioevali della città sono stati sparati i tradizionali fuochi d'artificio, offerti dai commercianti che esponevano le loro bancarelle sul Sentierone per la festa del patrono bergamasco.
Altre città, anche turistiche, hanno prontamente annullato questo tipo di spettacolo.
I fuochi di Bergamo non li ho voluti guardare, perchè non mi sembrava opportuno festeggiare così proprio nel giorno di un lutto nazionale.
Molti hanno protestato e i commercianti hanno addotto mere motivazioni economiche, a cui il Sindaco Gori non si è opposto.
Ma ormai questo è il mondo.
Oltre lo share, anche i soldi coprono tutto.
In un sisma di valori che lascia non poche macerie morali.

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| 18 gennaio 2016

Fa freddo in queste mattine d'inverno e l'acqua delle fontane diventa uno specchio di ghiaccio.
In centro città i negozi non sono ancora aperti, ma una figura dismessa prepara con cura il suo angolo particolare.
Avrà una 50ina d'anni, ma ne dimostra molti di più.
La barba è incolta, i vestiti sono vecchi e consumati, le mani callose e due grandi occhi azzurri ricordano il cielo terso di questi giorni.
Vado di fretta, ma i nostri sguardi si incrociano.
Mi saluta con gentilezza e allora mi fermo.
Poche parole e nessun lamento vero.
Una vita normale, un operaio bergamasco qualunque senza grossi problemi, un monocale in affitto e una dura separazione coniugale alle spalle.
Poi 2 anni fa la perdita del posto di lavoro a causa del fallimento dell'azienda dove ha trascorso tanto del suo tempo.
E la vita senza reddito cambia all'improvviso.
Prima lo sfratto per morosità, poi la vecchia utilitaria, che gli faceva da casa, venduta per pagarsi un pò di cibo.
Tante le porte dove è andato a bussare, ma in questo periodo di lavoro non ce n'è e quello in nero è occupato dagli extracomunitari che si svendono per pochi euro.
Per qualche mese trova un'occupazione saltuaria in una stalla della pianura, insieme ad alcuni indiani, ma lavora senza guanti e così si infetta subito le mani, che sono ancora oggi piene di piaghe purulente.
Non fanno male, però.
Mi dice che è difficile persino trovare un pasto alla Caritas, perchè prima vengono gli stranieri, poi i bergamaschi, che sono un'eccezione.
I figli non li vede e non li sente più.
Infatti il cellulare funziona solo se puoi permetterti di ricaricarlo e poi lui come dimora ha un marciapiede.
Eggià, la strada è fatta per camminare, non per ospitare i figli.
Vergogna forse, disperazione di sicuro.
Ma non è arrabbiato, è semplicemente rassegnato.
Per lui la parola futuro non esiste più.
Però ha imparato a sopravvivere da solo in una delle ricche città del Nord.
Tra l'indifferenza della gente e la rigida modernità, che pretendono ancora le loro vittime economiche ogni giorno.
Mi allontano col mio senso di impotenza colpevole.
Fa davvero freddo, ma non sento niente.
Anche questa è l'Italia del 2016.

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