| 21 luglio 2017

Ieri il Tribunale di Roma, con riferimento al processo per "Mafia Capitale", ha condannato 41 persone a 250 anni complessivi di carcere per i reati di corruzione aggravata, turbativa d'asta con metodo mafioso e associazione a delinquere.
Tra queste ci sono anche politici del PD e di Forza Italia, oltre a vari imprenditori.
A Carminati e a Buzzi le condanne più alte, rispettivamente a 20 e 19 anni.
Eppure molti oggi gongolano perchè è caduta la grave accusa di associazione mafiosa.
Quasi che il metodo affaristico-malavitoso capitolino fosse da educande svizzere.
Ma stiamo scherzando?
Dovremmo gioire perchè Roma non sarebbe mafiosa?
Invece è stato appalesato un insieme di marciume fatto di ricatti, corruzione, violenze e criminalità, che coinvolgeva il potere politico e quello economico non solo romano.
Roba da far arrossire dalla vergogna l'intera capitale.
L'unico rammarico è che, a questo punto, la carcerazione per i rei sarà meno dura e molti usciranno presto, grazie
alle solite attenuanti di legge.
Ma si sa, siamo in Italia!

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| 18 luglio 2017

Nella notte il Tribunale di Brescia ha emesso la sentenza contro l'imputato Massimo Bossetti: ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio avvenuto nel lontano 2010.
Brescia come Bergamo: il giudizio in secondo grado non cambia.
Certo che se l'avv. Salvagni avesse chiesto subito il rito abbreviato, per il suo Cliente non si sarebbero chiuse a vita le porte del carcere.
Ieri una delle cose che hanno impressionato è stata la fiumana di gente che ha voluto presenziare dentro e fuori il tribunale.
Il popolo italiano non protesta nelle piazze per le tasse troppo alte, per i 4 milioni e mezzo di poveri e per la disoccupazione alle stelle, ma per vedere Bossetti fa la fila a metà luglio fino a notte inoltrata.
Perchè ormai i processi si fanno in anteprima sui media e così ognuno di noi si sente elevato al ruolo di giudice.
Peccato però che non conosca il mestiere e che non abbia letto nemmeno tutte le carte, ma ciò non è importante per poter esprimere un giudizio colpevolista o innocentista.
Insomma non si ragiona più in punta di diritto, ma ci si basa sull'opinione personale, costruita dai giornali e dalle televisioni, per magari stracciare intere esistenze di imputati.
Mi astengo da ogni opinione legale sul caso in specie, ma sottolineo che il DNA è una cosa seria e che, se ben analizzato, molto raramente sbaglia.
Noto però che ieri si è vista in tribunale una passerella di vestiti appariscenti, di chiome fonate dai parrucchieri, di visi truccati da abbondante make-up e di gioielli ben in mostra.
Insomma una grande festa da esibizione davanti alle telecamere.
Una sfilata nel processo, in pratica.
Tutto stridente col fatto che in questa vicenda sono girate un sacco di balle, che un uomo si becca l'ergastolo e soprattutto che una ragazzina innocente è stata torturata e uccisa in una fredda notte di 7 anni fa.
Ma così va l'Italia!
Amen.

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| 6 giugno 2017

Ieri la Cassazione ha sentenziato: "Esiste un diritto a morire dignitosamente che va assicurato al detenuto".
Il detenuto a cui si fa riferimento non è un delinquente qualunque, ma si tratta di Salvatore Riina, detto Totò, il capo dei capi di Cosa Nostra.
Condannato a vari ergastoli, è soprannominato "la belva" per la sua ferocia.
Il suo nome è legato a stragi sanguinose e a omicidi efferati.
Anche i suoi collegamenti con la politica di allora sono ormai noti.
Dal 1995 è in carcere, dove non si è mai pentito e da dove ha ripetutamente proferito minacce a vari esponenti della magistratura e delle istituzioni.
Ora, dato per scontato che il perdono è di Dio e non degli uomini, lo Stato si preoccupi prima della dignità dei suoi liberi cittadini.
Soprattutto delle tante vittime della mafia e dei loro famigliari.
Il signor Riina è assistito in carcere quotidianamente da fior di medici e lì potrà trovare la sua ineludibile morte in una struttura protetta e riservata.
Quanto basta per essere dignitosa.
Il boss quando era in libera circolazione e commetteva, o ordinava, delitti atroci, sapeva perfettamente a cosa andava incontro, 41 bis compreso.
Purtroppo in Italia la certezza della pena è una chimera assurda e il troppo buonismo sta rovinando una società senza regole applicate.
E allora, dove non c'è il rispetto dei doveri, non si può pretendere a posteriori la tutela di ostentati diritti.
Amen.

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| 23 maggio 2017

Così recita Wikipedia:
"Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta (Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani) nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra. Assieme al collega e amico Paolo Borsellino è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale."
Falcone morì perchè una certa politica, certi poteri forti e certi magistrati, tutti collusi con la mafia, non solo lo scaricarono, ma iniziarono a remargli contro.
A dimostrazione che chi combatte il male spesso si ritrova orribilmente da solo e viene distrutto dal marciume di un sistema criminale nascosto.
Poco importa se poi il nome di questi eroi veri finisce sulla targa di una strada o di una piazza.
Magari solamente per tener buono un popolo indaffarato in altre vicende.
Altri ragionamenti servono a poco.
Onore a questo Magistrato coraggioso e ai caduti di Capaci!

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| 19 dicembre 2016

Era il 13 agosto 2007 quando nella sua casa di Garlasco (PV) viene ritrovata brutalmente assassinata la 26enne Chiara Poggi, fidanzata con Alberto Stasi, a quei tempi studente alla Bocconi.
Sotto processo finisce proprio Stasi che, dopo due assoluzioni, viene l'anno scorso condannato in via definitiva a 16 anni di carcere.
E' uno dei casi italiani più seguiti dai media e il nostro paese si riempie di novelli giudici che, pur non avendo letto una carta, si ergono a colpevolisti o a innocentisti.
Per tanti, basta lo sguardo "gelido" di Alberto a farne un assassino.
Ma Stasi ha una fortuna: un difensore caparbio e tenace come lo sa essere solo una mamma.
Elisabetta Ligabò Stasi, rimasta nel frattempo vedova, non crede che il figlio possa aver ucciso la fidanzata Chiara. Non ce ne erano i motivi e il loro rapporto sentimentale era buono.
La madre non si dà per vinta e così incarica una società di investigazioni private per proseguire indagini e test.
Risultato?
Solo oggi, sotto le unghie di Chiara, viene scoperto il DNA di un giovane che non è Alberto, ma che potrebbe essere riconducibile ad una stretta cerchia di amici.
E adesso?
Bisogna ovviamente aspettare ulteriori raffronti, ma una cosa è certa.
Se, e ripeto se, Alberto Stasi non fosse il colpevole, al di là di ogni ragionevole dubbio (così come prevede la legge), di sicuro la Giustizia italiana gli avrebbe macellato la vita.
In ogni caso è giunto il momento che anche i magistrati, come i medici, gli ingegneri, i commercialisti e altri professionisti, comincino a pagare per gli errori gravi di giudizio.
In molte altre nazioni funziona già da tempo così.
Perchè solo Dio non sbaglia mai e la vita degli uomini è unica e pure irripetibile.

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| 25 febbraio 2016

L'altro giorno l'imprenditore 68enne Salvatore Marano ha deciso di togliersi la vita con un colpo di pistola, dopo che la Cassazione aveva annullato la decisione di secondo grado e ordinato un nuovo processo e che due giorni fa si è concluso con l'assoluzione dell'imputato accusato di concussione.
Ulteriori particolari sono pubblicati nei COMMENTI qui sotto.
Marani era un costruttore edile siciliano che aveva denunciato 23 anni fa (!) un impiegato comunale di Castiglione della Sicilia, tal Salvatore Nastasi, che voleva delle tangenti per non bloccargli la pratica edilizia.
Processi fatti e rifatti, che portarono ad una condanna di 5 anni per il Nastasi, fino alla incredibile decisione recente della Cassazione.
L'ennesima dimostrazione di cosa significhi in Italia affidarsi ad una causa giudiziaria per avere giustizia.
I soli tempi, che sono di per sé un augurio di lunga vita, sono semplicemente scandalosi.
In Tribunale la verità è spesso la ricerca del Magistrato dell’equilibrio di due versioni contrapposte, anche se la ragione sembra evidente e da una parte sola.
Troppi i cavilli, le leggi, gli omissis, le sentenze precedenti, i test, le prove da sostenere e, soprattutto, i costi.
Il prezzo che ha dovuto pagare oggi il Sig. Marano a quest'Italia delle vergogne è un proiettile in testa.
Perchè quando si spengono le speranze giuste, sembra non valer più la pena di vivere.

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| 13 gennaio 2016

L'Italia è un paese dove per decenni sono state promulgate una miriade di leggi e dove abitano tanti cittadini dalla denuncia facile.
A causa di ciò, è semplicemente inutile ricordare che il numero degli avvocati di Roma è superiore a quello dell'intera Francia.
La situazione attuale nei Tribunali penali e civili ci dice che ci sono quasi 10 milioni di cause ancora pendenti: una cifra enorme paragonata ai 60 milioni di italiani.
Quindi non c'è da meravigliarsi se per una sentenza ci vogliano circa 7 anni, oltre ad un sacco di spese.
Una tale situazione rende la Giustizia assolutamente ingiusta.
Pensate solo cosa significhi finire sotto processo da innocente, oppure far causa ad un debitore per riavere del denaro.
Con questi tempi si perde comunque: o la propria dignità, o i propri soldi.
Molti gruppi stranieri, soprattutto americani, evitano di investire in Italia proprio a causa del nostro farraginoso sistema giudiziario, che sembra più tutelare i malfattori che le persone oneste.
Eppure è tanti anni che se ne parla, con diversi Ministri della Giustizia che promettono riforme epocali, ma niente cambia.

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| 10 settembre 2015

La notizia è rimbalzata in questi giorni.
Giovanni Scattone, condannato definitivamente nel 2003 a 5 anni e 4 mesi per l'omicidio della studentessa ventiduenne Marta Russo (v. foto), avvenuto il 9 maggio 1997 alla Sapienza di Roma, starebbe per diventare professore liceale, perchè assunto dal programma "La Buona Scuola" del renziano governo.
Scattone, che ha comunque scontato la pena per omicidio colposo, ha ottenuto una cattedra per insegnare storia della filosofia, psicologia e scienza dell'educazione (?).
Ora, se si vanno a leggere gli atti processuali di tutta questa triste storia, si scopre che i dubbi, su uno dei più clamorosi casi di omicidio, sono tanti.
Scattone infatti si è sempre proclamato innocente, il movente non si è mai trovato e si sono incrociate decine di ipotesi investigative.
Forse la condanna così mite fa balenare l'ipotesi che i Giudici abbiano covato qualche ragionevole dubbio.
Di fatto, una brava ragazza è morta con una proiettile calibro 22 nella testa mentre era nel campus della sua università.
Detto questo però, viene da chiedersi una cosa semplice semplice.
Può un individuo, condannato definitivamente per omicidio, fare il professore pubblico?
Come potrà pretendere dai suoi studenti la dovuta autorevolezza nell'insegnare scienza dell'educazione?
Che messaggio di etica e di meritocrazia stiamo dando ai nostri giovani, quando centinaia di onesti professori restano precari e uno con cotanta fedina penale passa di ruolo?
Demagogia?
Non credo.
Sono solo le solite illogiche follie italiane.

| 11 marzo 2015

Oggi finire alla gogna è molto più semplice di quanto non si creda.
In Italia esiste una macchina del fango ben collaudata che si basa su una certa magistratura, su certi giornalisti e su certi poteri forti.
Quando si accende lo spalamerda mediatico è quasi impossibile non restarne sporcati indelebilmente.
La giustizia potrebbe anche arrivare, ma in tempi così lunghi che l'immagine dell'accusato non può più venire ricostruita.
Immaginatevi poi cosa possa succedere quando le contestazioni siano false.
Per la vittima sacrificale la morte civile è assicurata.
Lo sputtanamento, studiato ad arte e ben collaudato, è sempre finalizzato a qualcosa: eliminare un avversario, sfilare un'azienda, indebolire un partito, acquistare potere in modo disonesto insomma.
Il tutto basato sulla menzogna crudele e distruttiva.
Io ne so qualcosa e dopo tanti anni non ho dimenticato ancora.
Perché le cicatrici restano profonde e dolenti.
E i risultati a posteriori soprattutto parlano chiaro.
Ma ormai la gente ha scordato e non è più interessata a chi la gogna la sa usare e a chi la subisce.
Avanti il prossimo, allora!

| 14 luglio 2014

Il caso dell'omicidio di Yara è complicato, perché la verità non viene di certo aiutata dai tanti possibili testimoni.
La riservatezza, poi, è una caratteristica incrollabile del popolo bergamasco e in una situazione simile di certo non aiuta.
La mamma dell'indagato Bossetti parla poco e nega di aver avuto una relazione con il defunto Guerinoni, ma il test del DNA sui suoi due gemelli sembra smentirla.
Uno di questi, l'indagato Massimo Giuseppe (guarda caso il nome di Guerinoni) Bossetti, dice di non aver mai incontrato Yara, eppure il suo DNA è sugli indumenti della ragazzina.
Molti elementi, soprattutto le celle telefoniche, danno il Bossetti presente a Brembate Sopra per lunghi periodi, ma pochi sembrano averlo visto.
Qualcuno parla di una vendetta nei confronti del padre di Yara, ma la cosa viene smentita puntualmente dalle indagini.
Sarà quindi un processo indiziario, basato soprattutto su prove scientifiche.
Se si dimostreranno attendibili e affidabili, per il Bossetti non ci saranno grandi margini di fuga.
Ma questo è un mondo che rimane pericoloso e così vi racconto cosa è successo nella stessa zona due giorni fa.
Una ragazzina di 15 anni cammina sulla Briantea tra Mapello e Palazzago.
Non c'è marciapiede e il traffico è sostenuto.
Eppure una macchina accosta.
All'interno c'è un signore intorno ai 50 anni, capelli brizzolati e col pizzetto bianco.
Sorride affabilmente e offre un passaggio.
Ovviamente la ragazzina accelera e non risponde.
E se avesse accettato, cosa sarebbe successo?
Purtroppo molti uomini-bestie sono ancora in giro e nemmeno il sacrificio di Yara potrà liberarcene.
Così come l'indifferenza di chi li conosce e preferisce il silenzio dell'egoismo.