| 24 ottobre 2017

Il mondo del calcio non è solo pieno di soldi e di campioni, ma pullula anche di idioti, soprattutto tra i tifosi.
Spesso sono esempio di violenza e di atti che nulla hanno a che fare con il vivere civile.
I tifosi della Lazio sono stati messi nell'ultima partita di campionato, a causa della loro indisciplina, anche nella curva di quelli della Roma.
A fine partita hanno riempito quegli spalti con la fotografia di Anna Frank che indossa la maglietta giallo-rossa (v. foto).
Subito si sono levate le proteste, compresa quella della immancabile Boldrini, contro questo gesto di antisemitismo.
Io però non la vedo così.
Tanti anni fa ho letto il diario di Anna Frank, da cui traspare l'intelligenza rara di una ragazzina che vive gli orrori della guerra fino alla morte.
Il libro, tradotto in più di 60 lingue e venduto in oltre 30 milioni di copie, è stato inserito nel 2009 dall'UNESCO nell'Elenco delle Memorie del Mondo.
Uno straordinario successo postumo per una fanciulla di soli 16 anni.
Perciò, se fossi un tifoso della Roma, sarei davvero onorato per questo accostamento storico e ringrazierei quegli imbecilli della Lazio (non tutti, ovviamente) per un gesto dal significato non travisabile.
Soprattutto ricordando le tenere parole scritte da Anna: "È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo che può sempre emergere."

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| 10 ottobre 2017

Fabrizio Quattrocchi (classe 1968) era una guardia di sicurezza privata italiana uccisa in Iraq nel 2004, mentre svolgeva "missioni dedicate alla protezione di persone e di infrastrutture commissionate da clienti statunitensi".
Questo secondo varie testimonianze dirette, trasmesse anche dalla televisione della Svizzera Italiana nel maggio 2004.
In Italia non le abbiamo mai viste.
Fabrizio è stato ucciso, dopo essere stato legato in ginocchio, dagli iraqueni con uno o più colpi alle spalle.
Prima di morire tentò di togliersi il cappuccio e proferì la famosa frase: "Adesso vi faccio vedere come muore un italiano!".
L'episodio è stato confermato anche da uno dei suoi rapitori, tale Abu Yussuf.
Per questo gesto eroico, a Quattrocchi, con decreto del 13 marzo 2006, su proposta del Ministero dell'interno Giuseppe Pisanu, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito la medaglia d'oro al valor civile.
Oggi numerose sono le vie italiane che portano il suo nome.
Anche a Genova, dove da tempo si erge un cippo che ricorda Carlo Giuliani (il ragazzo ucciso durante gli scontri del G7 mentre tentava di lanciare un estintore contro i carabinieri), ieri si voleva delibare l'intitolazione di una via a Quattrocchi.
Però la sinistra e tutto il PD sono insorti per modificare la proposta e l'ex vicesindaco Dem, Stefano Bernini, ha ribadito che Quattrocchi non era altro che "un mercenario".
Ora i casi sono due: o il Presidente Ciampi è stato abbagliato da tanto fiero eroismo italiano, o i signori del PD distinguono i valori a seconda del colore politico di appartenenza.
E chi non la pensa come loro, eroe non può essere a prescinde.
Povera Italia!

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| 5 settembre 2017

Nel 1944 mio zio Giorgio veniva fucilato perchè combatteva per una patria libera dall'invasore.
Cosa succede 70 anni dopo?
Ne è valsa la pena?
Da anni il nostro bel paese, grazie a leggi blande e al concetto delle porte aperte per tutti, ha permesso a milioni di persone straniere di entrare illegalmente e di soggiornare tranquillamente qui da noi.
Non solo.
Per questi migranti, in prevalenza (90%) solo economici, l'Italia spende circa 5 miliardi di euro all'anno per mantenerli nell'ozio e per dar loro vitto e alloggio gratuiti.
Si è sviluppato così un grande business economico che rende di più, e con meno rischi, del traffico di droga.
Il problema è che una parte di questi migranti, accortisi della clemenza irritante di una malandata Giustizia e della carenza di controlli preventivi, considera la nostra nazione come il paese di bengodi.
Qui tutto è permesso e tutto è giustificato a prescindere.
Così delinquono alla grande, contando sulla mancanza di una dura pena certa, e pretendono diritti che non vengono riconosciuti nemmeno ai nostri poveri senzatetto.
Furti, violenze, rapine, risse, spaccio e stupri sono purtroppo all'ordine del giorno.
La troppa tolleranza ed un esasperato buonismo stanno però cambiando il clima sociale delle nostre città.
Di questo passo, non escludo che alcuni italiani, esasperati e indifesi dallo Stato assente, cerchino di farsi giustizia da sè, tentando di ripristinare ordine e rispetto anche con ronde armate private.
Il famigerato KKK, il Ku Klux Klan (V. bandiera nella foto), americano ma presente anche in Italia, è lì a dimostrarlo.
E la storia non va mai dimenticata.

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| 1 settembre 2017

Sono giorni in cui in Italia gli stupri, reato odioso e distruttivo, si susseguono in modo pesante.
Tante le vittime e di ogni età.
Purtroppo in molti episodi i protagonisti sono delinquenti extracomunitari.
Questa la notizia riportata oggi da alcuni pennaioli, che riprendono una fonte del Viminale: "Nel 2017 per il reato di stupro sono state denunciate o arrestate 2.438 persone. Di queste 1.534 sono italiane e 904 quelle straniere".
Anche sui social alcuni giornalisti la riportano semplicemente così.
Ma letta in questo modo, cosa si capisce?
Che ci sono più stupratori italiani che stranieri, no?
Vero in termine assoluto.
Invece la legge dei numeri non mente e dice un'altra cosa.
Semplice spiegarlo.
Gli "stranieri" in Italia sono circa il 9% della popolazione presente (circa 60 milioni di residenti), quindi il numero non va visto come assoluto ma come relativo.
Ciò significa che rispetto alle percentuali etniche, quelli di nazionalità NON italiana stuprano 6 volte di più rispetto ai nostri connazionali.
Ma forse i numeri vengono addomesticati proprio per rendere il popolo tranquillo e sono usati a piacimento politico per divulgare opinioni tendenziose.
E questa non è verità.

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| 4 maggio 2017

Noleggiare una mercantile di piccole dimensioni è molto caro.
Si può spendere dai 10.000 € al giorno in su per i più medesti, escluso l'equipaggio, il vitto e il carburante.
Il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro (v. foto), ha sollevato dubbi su alcune, e ha sottolineato "alcune", ONG di nuova costituzione che navigano nelle acque limitrofe alle coste libiche.
Si è posto semplicemente delle domande su come facciano a finanziarsi, visto che alcune intercettazioni riservate e non producibili in un processo italiano (perchè non autorizzate preventivamente da un magistrato), sembravano appalesare dei collegamenti diretti tra i scafisti e certe ONG.
Non si spiega altrimenti perchè i trasponder di alcune navi vengano spenti prima del soccorso in mare.
E non si capisce perchè associazioni neo costituite maltesi sbarchino i profughi da noi e non sulla loro bella isola.
Una cosa è certa, il business dei migranti è miliardario, solo l'Italia spende oltre 4 miliardi di € pubblici all'anno, vale più di quello dei narcotici e si rischia pure di meno.
Ma non solo.
Perchè i flussi migratori incontrollati sono in grado di destabilizzare intere economie nazionali, con tutte le conseguenze del caso.
E' già successo in passato e la storia lo dimostra ampiamente (v. nei COMMENTI qui sotto).
Questo dipende dal fatto che il 90% di questi profughi non ha reali esigenze umanitarie, cioè non scappa da dittature sanguinarie o da guerre, ma ricerca solo una migliore sistemazione economica rispetto al loro paese.
Allora una domanda sorge spontanea.
Perchè una certa parte politica e i soliti buonisti di turno si sono subito scagliati contro questo magistrato onesto, che tenta di fare chiarezza su un mare di soldi che fluttua incontrollato?
I soliti tanti misteri italiani.

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| 28 aprile 2017

Vi lascio da leggere il mio ultimo editoriale, pubblicato da Qui Bergamo e che trovate anche in edicola in questi giorni.
Buon weekend lungo.
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GIOVENTU’ BRUCIATA

I padri della mia generazione a 18 anni partivano per la guerra. Senza tante proteste, senza la possibilità di dire di no, con la paura cucita addosso e con uno sgangherato fucile sulle spalle. Molti, dopo qualche lettera struggente dal fronte lontano, non sono più tornati. Quelli che hanno avuto la fortuna di rivedere casa, hanno dovuto ricostruire un paese in macerie. I sacrifici erano l’ordinario e il lavorare per almeno dodici ore al giorno era una prassi. Non c’era tempo per lamentarsi e gli svaghi erano davvero pochi. Il mondo non correva veloce e il ritmo lento della vita consentiva di apprezzare le cose semplici. Poi tutto è cambiato. I figli di quei padri (cioè noi) sono cresciuti senza guerre, ma con un’educazione rigida fatta di poche scuse e meno sprechi. Poi siamo diventati a nostra volta genitori, la guerra è ormai un ricordo di oltre mezzo secolo fa, i suoi ammonimenti si sono persi col trascorrere dei decenni, il ritmo della vita è diventato frenetico e non c’è più tanto tempo da dedicare all’educazione dei ragazzi. Ed ecco i dati relativi alla moderna gioventù: oltre il 20% fa uso abitudinario di droghe e di superalcoolici. Droghe tagliate, sintetiche, chimiche, a basso prezzo, insomma micidiali, che mischiate con l’alcool hanno effetti devastanti sul fisico e sulla psiche in formazione. Iniziano presto, anche a 12 anni. Nei nostri licei chi spaccia all’interno ha un nome o un cognome conosciuto da tutti, si va da questi individui come a comprare una merendina e il loro portafoglio è sempre gonfio. La Polizia spesso interviene con dei sopraluoghi nelle scuole, ma l’omertà di alcuni professori e della maggior parte degli studenti vige sovrana. Perché drogarsi non è più una vergogna, è diventato uno status. E non solo per i giovanissimi. Anche camminando all’aperto nei centri città non è difficile sentire l’odore di erba. E non sto certo parlando di aiuole verdi! Voglio evidenziare un episodio vero, accaduto recentemente nelle nostre ricche e indaffarate province del nord Italia. E’ la storia di un'adolescente che si sta bruciando la vita tra alcool e droga. Figlia unica, con una famiglia difficile ma non impossibile alle spalle e con una madre attenta e fin troppo amorevole. Una ragazza di 20 anni, come tante, che non ha saputo affrontare la vita, se non rifugiandosi ai primi problemi nei super alcoolici e in qualche canna tagliata male. Ultimamente la situazione è peggiorata, tra le solite giustificazioni giovanili che sembrano solo scuse inaccettabili. Così le canne non bastano più, meglio assumere droghe più potenti che, mischiate agli antidepressivi, sfociano in una persistente violenza e in una irriconoscibile aggressività addirittura contro i genitori stessi. I frequenti ricoveri in ospedale non sono altro che un passaggio tra una ricaduta e l’altra. I medici lo sanno e lamentano soprattutto una mancata vigilanza della famiglia. In pratica, un’eccessiva e continua giustificazione dei genitori, che non aiutano la guarigione e soprattutto che non attivano la prevenzione. Così gli episodi simili diventano numerosi in tutto il Paese. E' sufficiente sfogliare la cronaca nera dei giorni nostri. Il cattivo esempio, il permissivismo latente, l'assenza di una rigida educazione famigliare, i pochi sacrifici quotidiani, il decadimento dei valori veri, il perdono a prescindere, stanno rovinando un'intera generazione. Per alcuni non resta che la strada del TSO, dei Sert e delle comunità di recupero. Oggigiorno non è più la guerra a fare selezione, è il nostro fallimento come genitori che sta creando una generazione anche di disadattati e di illusi. Mentre la vita fugge veloce, lasciandosi alle spalle una certa gioventù bruciata. Intanto il traffico della droga mette le sue mani su business miliardari che non conoscono crisi di sorta. E non è più un fenomeno ristretto a poche persone. Pensate che solo in Europa, nell'ultimo anno, la cannabis è stata consumata da quasi 40 milioni di europei, la cocaina da 6 milioni, l'MDMA da 5 milioni e le amfetamine da 3 milioni di persone. Tra questi, in Italia ci sono oltre 4 milioni di consumatori di droga. Ecco di cosa stiamo parlando. Aprite gli occhi, cari genitori, e ogni tanto, nel caso, fate andare moderatamente le mani!
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| 28 marzo 2017

Questa è una storia vera, di un'adolescente che, nella provincia bresciana, si sta bruciando la vita tra alcool e droga.
Figlia unica, con una famiglia difficile ma non impossibile alle spalle e una madre attenta e fin troppo amorevole.
Una ragazza di 20 anni, che non ha saputo affrontare la vita, se non rifugiandosi ai primi problemi nei super alcoolici e in qualche canna tagliata male.
Ultimamente la situazione è peggiorata, tra le solite giustificazioni giovanili che sembrano solo scuse inaccettabili.
Le canne non bastano più, meglio assumere droghe più potenti che, mischiate agli antidepressivi, sfociano in una persistente violenza ed aggressività contro i genitori stessi.
Così gli episodi simili diventano numerosi in tutta Italia.
E' cronaca dei giorni nostri.
Il cattivo esempio, il permissivismo, l'assenza di una rigida educazione famigliare, i pochi sacrifici quotidiani, il perdono a prescindere, stanno rovinando un'intera generazione.
Per alcuni non resta che la strada del TSO, dei Sert, delle comunità di recupero.
Mentre la vita fugge veloce, lasciandosi alle spalle una certa gioventù dal cervello bruciato.

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| 14 marzo 2017

Il fatto recente è noto a tutti: un oste di Lodi in piena notte scopre tre ladri, di cui uno sicuramente romeno, intenti a rubare nel suo negozio.
Spara col suo fucile e uccide uno dei ladri, che viene abbandonato per strada dai compagni poco distante.
Quali sono i confini della legittima difesa sulla proprietà privata in Italia?
Il problema è uno solo: il nostro codice penale si basa ancora sui fondamenti di quello fascista mussoliniano e sottoscritto da Re Vittorio Emanuele III negli anni '30.
Lo Stato è visto come il grande padrone che ti dice, a te servitore, cosa puoi fare e cosa no.
Insomma un codice che c'azzecca poco col vero liberismo, tipico della cultura anglosassone, dove al centro della società c'è l'uomo con il suo diritto sacrosanto alla felicità.
Per capire meglio, uccidere un malvivente nella proprietà privata non dovrebbe costituire un reato.
Invece da noi, in questo caso, esiste l'omicidio colposo con l'eccesso di legittima difesa ed poi è lo Stato, dopo un processo, che può decidere o meno di perdonarti.
Non è una differenza da poco.
Qualche idiota parla anche di giustizieri fai da te, non comprendendo che non siamo di fronte a chi va a cercare il reo per colpirlo a posteriori al di fuori della legge, o per recuperare da solo la refurtiva.
Qui siamo in presenza di malviventi incalliti che entrano in una casa per rubare, percuotere, seviziare, violentare e a volte uccidere.
Quindi la legittima difesa è un sacrosanto diritto del proprietario, che non deve essere costretto dallo Stato a fare la diagnosi preventiva sulle intenzioni e sull'armamento di chi è entrato.
Inoltre in Italia lo Stato in materia di sicurezza verso i cittadini è praticamente assente e, da inadempiente, non può permettersi di fare il moralista.
Così assistiamo alla follia del fratello del romeno ammazzato a Lodi che dice di perdonare l'oste ma di volere giustizia.
Avete capito bene: ci vuole giustizia per i delinquenti, non per i poveracci che vivono in questo letamaio del diritto.

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| 6 marzo 2017

Vi lascio da leggere l'ultimo mio pezzo pubblicato da QUI BERGAMO e che trovate in edicola.
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Il centro di accoglienza per i migranti di Cona, in provincia di Venezia, è stato teatro all’inizio dell’anno di una dura rivolta, con 25 operatori italiani a lungo tenuti in ostaggio dai migranti infuriati. Che la gestione dei 180.000 sbarcati in Italia nel 2016 sia problematica non è un fatto nuovo. Ma i problemi nascono anche da alcuni nostri preconcetti troppo buonisti e troppo tolleranti.
Innanzitutto accoglienza non significa porte aperte e liberi tutti, tanto per metterci la coscienza in santa pace. Tra l'altro, questi stranieri vengono "depositati" in centri che sono diventati un vero e proprio business economico per le cooperative nostrane che li gestiscono e per quei politici che le appoggiano. Lì dentro le regole non esistono e i controlli sono quasi inesistenti. Ora i giornali giustificazionisti parlano di luoghi ridotti a latrine e di cibo di scarsa qualità, come se la colpa perenne fosse sempre di noi italiani cattivi. Ma ci rendiamo conto? Punto primo. Questi migranti, che tutto il giorno stanno a ciondolare senza fare una beata mazza, non potrebbero preoccuparsi almeno di tenere pulito dove vivono e dove sporcano? Perchè siamo costretti a pagare un'impresa italiana per pulire i bagni e per raccogliere quello che codesti signori buttano per terra? Se così fosse, allora recrimino la badante, pure bella, a casa mia e pagata dallo Stato. Punto secondo. Parliamo di qualità del cibo a gente che spesso nel loro paese mangia schifezze una volta al giorno, se va bene. Altrimenti perché sarebbero partiti? Non sono di loro gradimento i pasti preparati da noi? Allora si portino in questi centri delle vettovaglie crude e gli extracomunitari si mettano direttamente a cucinare come meglio preferiscono. Punto terzo. Altro problema è quello della sicurezza, perchè fuori dai luoghi di accoglienza, questi signori, pure ubriachi, ne fanno di ogni. Invece basterebbero poche regole chiare, fatte rigorosamente rispettare, per evitare di spendere oltre 4 miliardi di euro all'anno per poi ritrovarsi presi in ostaggio dagli extracomunitari che manteniamo. La storia insegna. L’Italia è stata una terra di migranti: tra il 1860 e il 1885 sono state registrate più di 10 milioni di partenze soprattutto dalle regioni del Nord. Poi altre 15 milioni di persone hanno lasciato il nostro paese nei decenni successivi, in gran parte dal Sud. Ad oggi le comunità di oriundi italiani in giro per il mondo assommano a quasi 80 milioni di individui. In pratica siamo andati a vivere e a lavorare in tutti i continenti, Africa compresa, e lì abbiamo creato delle Little Italy intergrate e accettate. I nostri milioni di poveri emigranti non hanno profumatamente pagato degli scafisti e non hanno stracciato i loro passaporti per richiedere asilo. Hanno comprato regolarmente biglietti di navi, aerei, treni, hanno compilato documenti di espatrio e si sono presentati alle autorità di arrivo con le loro valigie di cartone. Volevano lavorare, non essere mantenuti per anni nei centri di raccolta. Là ricevevano durissimi controlli sanitari e chi non li superava veniva rimandato indietro senza tante scuse. Coloro i quali non aveva parenti o amici in loco, venivano affidati ai cosiddetti “bordanti”, che si preoccupavano di sistemarli alla meno peggio e di indirizzarli al lavoro duro. Dunque il percorso dell’integrazione degli emigrati italiani è stato doloroso, faticoso e difficile, con numerose restrizioni previste dalle leggi locali. Come è andata poi, ce lo dice il tempo recente. Ma pure oggi a nessun italiano, che emigra all'estero, è consentito di comportarsi come troppi extracomunitari fanno qui da noi e soprattutto a nessuno italiano viene dato vitto, alloggio e salario gratis dalla nazione ospitante. La necessità di scappare dal proprio paese non deve essere una giustificazione per accogliere a mani basse senza regole e senza controlli. In ultimo una triste considerazione: oggi le motivazioni per lasciare il nostro malandato stivale, anche da parte di noi italiani, sarebbero davvero tante. Basterebbe guardare gli oltre 4 milioni e mezzo di connazionali in povertà assoluta, per i quali nessuno fa quasi niente. Nemmeno i soliti buonisti di turno.
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| 28 febbraio 2017

Esiste un un'unica certezza inconfutabile quando si nasce: la morte.
L'uomo biologicamente è fatto così, non è eterno e non conosce prima nemmeno quanto possa essere lunga la sua vita.
La morte è inevitabile e perciò non va temuta, perchè fa parte intrinsecamente del nostro essere.
La possiamo lasciare in un angolo remoto della mente, ma è comunque dentro il nostro destino.
Cosa c'è dopo la vita terrena è un fatto di fede, di credenze e forse anche di speranze.
Abbiamo poi un dono grandissimo, che è quello di decidere come vivere su questo mondo.
La libertà di scelta è insita in ognuno di noi.
E così nel nostro cammino terreno cerchiamo di raggiungere i tanti sogni indotti, costruibili e inarrivabili.
Nel bene e nel male.
Alla fine di tutto, ci accorgeremo che non è mai facile vivere, così come non lo è morire.
Ma in libertà, se possiamo scegliere come vivere, è un nostro diritto scegliere anche come morire.
La vicenda di Dj Fabo fa parte del libero arbitrio di ogni essere vivente che, quando non crea danno o pregiudizio agli altri, va sempre rispettato.
R.I.P.

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