| 20 aprile 2010

Il Presidente del Consiglio si è lasciato andare recentemente ad un'esternazione che è difficile riuscire a condividere.
La mafia non sarebbe così famosa se qualcuno non avesse girato dei film o avesse scritto sull'argomento.
Roberto Saviano, che oggi deve vivere blindato per il suo libro Gomorra, sarebbe uno di questi giovani pubblicitari aggiunti.
Intanto la Mondadori (di proprietà berlusconiana ed editrice di Gomorra) ringrazia comunque Saviano per i cospicui guadagni ottenuti col suo best-seller.
Ma forse la presidentessa Marina la vede sotto un'altra luce rispetto al padre, perchè, come sempre, moneta non olet.
La mafia, la camorra, la ndrangheta sono un sistema ben radicato sul territorio italiano che opera grazie al rapporto consolidato tra la politica e il malaffare. Senza una di queste due variabili non si avrebbe un tipo di associazione del genere, ma si ricadrebbe nella delinquenza comune.
Ho letto Gomorra e nella sua crudezza è innanzitutto un atto di accusa durissimo verso la criminalità organizzata, ma è anche la spiegazione chiara di come la camorra possa imperversare in quelle zone e trovare continui adepti.
Se volete un chiarimento di come ben altre siano le cose da combattere e di perchè la mafia sia realmente famosa, godetevi il video del mio amico Peter Gomez sul blog di Grillo, cliccando direttamente qui sopra:

http://www.youtube.com/watch?v=pa-MEUiPbcc

Il resto spero sia solo l'ennesima battuta per camuffare una verità difficile da negare. Soprattuto a tutti quelli che non scollegano mai il cervello per ragionare.

| 11 marzo 2010

Un uomo triste e riservato, coinvolto vent'anni fa nell'omicidio di via Poma a Roma, si è tolto la vita alla vigilia dell'ennesima deposizione.
Il sistema giudiziario italiano, grazie al supporto dei media, può distruggere l'esistenza delle persone coinvolte.
Per due motivi.
La lunghezza esasperante, di decine di anni, per arrivare ad una sentenza definitiva significa togliere ogni speranza di giustizia. E così si aggiungono vittime a vittime.
Poi ci sono i giornali e le Tv che con facilità inaudita sono alla perenne ricerca del mostro da sbattere in prima pagina. Senza rispetto, con poca cognizione di causa e forse con qualche interesse personale, taluni giornalisti sono in grado di anticipare giudizi e di sacrificare all'opinione pubblica il possibile imputato.
La cosa terribile è che questi danni sono permanenti, perchè le smentite sono flebili ed il dubbio non viene mai dissipato una volta inculcato nella gente.
Sopportare tutto ciò richiede una forza d'animo inaudita e ci si deve aggrappare ai valori veri della propria coscienza.
Ma molti non ce la fanno e allora il peso della vita diventa così insopportabile da far preferire la morte.
Nel silenzio colpevole e vergognoso dei tanti responsabili.

| 10 febbraio 2010

L'ultimo week end è stato funestato dalle tragedie sulle montagne italiane.
A causa delle slavine 7 persone sono decedute, tra queste un giovane papà di Bergamo.
Riceviamo e pubblichiamo una lettera in suo ricordo.

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Ennesima vittima della montagna. Questa volta non il solito azzardato inesperto che rischia inutilmente la propria, e soprattutto quella degli altri, vita. Oggi ricordiamo un vero esperto, al quale però la propria conoscenza non è bastata per farlo tornare a casa.
Quando la passione è vera toglie il respiro. Niente e nessuno ti fa rinunciare a viverla fino all’estremo. Non si può spiegare: le parole non servono per capire se non si condivide la stessa emozione.
Quante volte abbiamo sentito queste affermazioni da coloro che amano la montagna, che hanno sudato sangue per raggiungere la meta, che hanno raccolto il corpo morente del compagno di scalata, che hanno asciugato le lacrime dei loro parenti e che non hanno rinunciato a sfide sempre più pericolose.
Dunque se non condividi non capisci. Non capisci e ti sembra di non saper neppure accettare il dolore di quei bambini che cresceranno senza un padre che tanto amavano e di cui tanto ancora necessitavano. Non capisci, ma nello stesso tempo non riesci a condannare. Una scelta d’amore, così mi piace pensare, è stata comunque fatta. Forse è in questo modo che Stefano voleva insegnare ai sui figli il valore della vita. Credere fino in fondo nei propri ideali, nelle proprie passioni, nella bellezza di quel creato che noi, distrattamente, troppo spesso neppure vediamo.
E’ con questa convinzione che mi piace lasciare queste poche righe. Non come un banale compianto, ma come un gaudente rimpianto di non saper condividere quelle passioni che ti spingono ad amare la vita più della vita.
Amare da morire.
E’ così che Stefano vivrà per sempre.
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| 5 novembre 2009

Morire sulla croce è un'agonia terribile.
Il decesso può sopraggiungere in poche ore, ma anche in qualche giorno.
Spasmi continui, dolori atroci, difficoltà di respirazione, aumento del battito cardiaco, contrazione dell'apparato muscolare, sono solo alcune delle complicazioni.
Per peggiorare questa tortura, i condannati venivano spesso flagellati, in modo che il legno provocasse la dilatazione delle piaghe sulla schiena ad ogni piccolo movimento.
Sulla croce, fino a duemila anni fa, ci finivano i malfattori, i ladri, gli omicidi, insomma la feccia della società. Restavano lì appesi come monito severo per tutta la gente.
Quando Gesù ci venne inchiodato sopra, barattato a furor di popolo con un criminale, la croce diventò invece un segno di religiosità.
La Corte di Strasburgo la vorrebbe ora eliminare dai luoghi pubblici italiani.
E io sono d'accordo, perchè la croce attaccata ad un muro non può essere trattata alla stregua di un oggetto di culto imposto per legge. Solo per mettere a posto la coscienza dei cristiani, che magari la lasciano lì persino coperta di polvere e ragnatele. Infatti sono davvero pochi quelli che le danno effettivamente il rispetto che si merita.
La religione è fatta anche di simboli, ma la ragione li deve trasformare in valori veri, altrimenti servono a poco.
Allora mi chiedo da chi sia onorato con sincerità un crocefisso messo in un'aula moderna? E quanti invece ci passino sotto con totale indifferenza.
Meglio invece esporlo spontaneamente dove può essere raggiunto da una preghiera sentita e fedele, evitando, come al solito, i falsi moralismi.

| 4 novembre 2009

Sull'Eco di Bergamo di oggi c'è un editoriale ("La moglie di Piero") del suo Direttore Ettore Ongis che mi ha particolarmente colpito.
Parla della moglie di Marrazzo e della meraviglia per un perdono quasi "divino" della moglie per cotanto marito, finito nella droga e nella prostituzione da tempo.
"E' la vendetta non il perdono, il sentimento dominante della nostra società", dice il Direttore che conclude così: "all'esistenza si riferiscono la giustizia, i media, gli apparati di partito, che faranno il loro mestiere ed esprimeranno i loro verdetti giuridicamente impietosi...come stanno ancor oggi facendo giornali e tv che sembrano rallegrarsi per aver finalmente trovato un mostro che non si può difendere".
Bene Egregio Direttore, mi scuserà se contestualmente mi sono ricordato come il suo giornale ha sbattuto in prima pagina cinque anni fa il sottoscritto, descrivendo assai duramente una fallita operazione commerciale in un'azienda privata bergamasca.
Allora non ci fu ritegno o rispetto nei miei confronti e fui trascinato, insieme alla mia famiglia, nel fango e nel disonore senza alcun diritto di replica. Con tutte le conseguenze che oggi lei ben descrive.
Per quali interessi? Lo dirà anche il processo di Brescia in cui sono stato costretto a denunciare il suo giornale. E di cui nessuno ha dato notizia.
Così come poca enfasi è stata data alle successive sentenze civili su quel caso e che mi hanno visto, al momento, avere ragione dai Magistrati.
Quindi Direttore, prendo atto con grande piacere della sua novella disponibilità e del suo garbo nel trattare mediaticamente la vita di certi personaggi pubblici.
E mi permetto di concludere ricordando che il perdono vero è di Dio, non degli uomini.
Per questo non ho potuto dimenticare.
Buon lavoro.

| 21 settembre 2009

Stamani a Roma i funerali dei militari morti nell'attentato di Kabul.
Tantissime le persone commosse, molti i tricolori per le strade, 6 le famiglie in lutto con i bambini piccoli in braccio.
E' inutile sprecare parole quando la morte mette a tacere la vita. Sarebbe mera ipocrisia.
Una sola domanda guardando il delirio dell'uomo in guerra.
A cosa serve questa lunga scia di sangue negli anni duemila?

| 2 settembre 2009

Il Ministro Brunetta le sta provando tutte per snellire il mastodontico elefante della burocrazia italiana.
Al di là delle belle parole d'effetto, però la sostanza rimane praticamente invariata.
Alcuni esempi locali.
Poste di Bergamo. L'Ufficio Centrale di via Locatelli da mesi è in ristrutturazione ed il pubblico deve andare in un piccolo prefabbricato montato in una piazza vicina. I disagi sono evidenti.
Ma lo scandalo nasce nell'Ufficio Postale di via Pascoli. Come sapete i postini consegnano raramente le raccomandate al domicilio dei destinatari, che sono spesso fuori casa per lavoro, e lasciano nella cassetta il famigerato avviso giallino.
Per ritirarla si deve andare in via Pascoli dove ci sono solo due addetti per sbrigare le relative pratiche e dove la coda richiede almeno un'ora e mezza di sana pazienza. E' giusto?
Per non parlare delle prenotazioni negli Ospedali.
Un nostro lettore ci ha segnalato che all'Ospedale di Iseo (BS) per tutta la mattinata di ieri non è riuscito a parlare telefonicamente con un Reparto.
Dopo linee perennemente occupate (o ricevitori staccati?), interminabili rinvii automatici, nessun operatore ha mai risposto.
Insomma il pubblico paga, ma i servizi restano da terzo mondo.

| 15 luglio 2009

La Giustizia, le cui sentenze sono pronunciate in "nome del popolo Italiano", spesso non è di facile interpretazione.
Solitamente nel processo la verità risulta dall'equilibrio di due versioni quasi totalmente contrapposte: quella della Difesa e quella dell'Accusa.
Poi, non sempre chi sembra aver ragione è in grado di vincere una causa. In ultimo, la lungaggine dei tempi processuali (si parla di molti anni) di per sè è già un deterrente per giungere ad una sentenza giusta e riparatoria, sia per le vittime che per i carnefici.
Ieri ad Arezzo l'Agente Spaccarotella che, sparando a due mani dall'altra parte dell'autostrada, uccise Gabriele Sandri è stato condannato a "soli" sei anni per omicidio colposo. Il che vuol dire che non farà un solo giorno di carcere. Il PM aveva invece chiesto 14 anni per omicidio volontario.
Qualcuno ha parlato di sentenza vergognosa. Non conoscendo gli atti processuali non mi permetto nessun giudizio di merito.
Ma la cosa che più mi ha indignato, considerando che stiamo parlando della morte di un giovane di 28 anni seduto in una macchina, è che l'avvocato di Spaccarotella (tal Federico Bagattini) al pronunciamento della condanna ha esultato col braccio alzato come di fronte ad un gol dell'Italia alla finale dei campionati del mondo di calcio.
Considerando che in aula c'erano, oltre alle telecamere, anche i genitori del povero Sandri, mi è sembrato un gesto di pessimo gusto e di cattivo esempio.
Soprattutto per un Principe del Foro.

| 22 maggio 2009

Mafie, città e giovani.
Riceviamo e pubblichiamo.
Buon week end con questa email che fa riflettere.

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Spett.Redazione,
mi piacerebbe segnalare un fatto importante al quale, secondo me forse, non è stata data la giusta considerazione da parte dell'informazione. L'altro giorno è stata inviata una delegazione di ragazzi della nostra scuola media per partecipare ad un convegno sulla mafia. Esattamente era organizzato dal Centro Culturale "Parlamento della Legalità" che si impegna a favore della giustizia e della solidarietà nel nostro Paese, mirando a potenziare le qualità naturali dei giovani al fine di renderli artefici e protagonisti di un futuro migliore. Molte le personalità presenti e molti i ragazzi che, percorrendo i temi dei valori umani e della Costituzione italiana, hanno vissuto una mattinata di intense emozioni. Sono partiti dal ricordo della strage di Capaci, che il 23 maggio celebrava il 17° anniversario, e da lì hanno sviscerato tutte le problematiche legate alla criminalità malavitosa.
Ricordando, primo fra tutto, che la mafia non esiste solo in Sicilia, ma è ben presente su tutto il territorio nazionale.
Compresa la bergamasca!
Quello che voglio sottolineare è l'importanza di coinvolgere i giovani a iniziative come questa. Possono avere così argomentazioni concrete derivate dalla conoscenza dei fatti reali della vita. Che non siano solo play-station, figurine, scarpe e vestiti griffati.
Da parte di noi adulti, poi, il dovere di fare qualcosa di concreto, insegnando con il buon esempio la correttezza e il coraggio. La mia convinzione è che se tutti siamo solidali e uniti, la mafia può essere sconfitta, perchè, come spesso mi piace ricordare dallo striscione tenuto in mano da ragazzi siciliani in una manifestazione contro la mafia, non possono ucciderci tutti!

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| 15 maggio 2009

Era il 31 ottobre del 2002 quando una scossa tellurica, nemmeno troppo forte, fece crollare un'intera scuola a San Giuliano in Molise.
Morirono sotto le macerie 27 bambini ed una maestra.
L'edificio, l'unico che cedette (v. foto), era stato sopraelevato con dei lavori di ristrutturazione non rispettosi dei canoni statici, senza una licenza di agibilità e senza un collaudo finale.
In appello, a febbraio di quest'anno, ci sono state 5 condanne con pene che vanno da 2 a 6 anni.
Tra queste spicca quella per Giovanni Martino, imprenditore e novello presidente dei costruttori locali (!?!), che ha preso 5 anni di reclusione oltre all'interdizione dai pubblici uffici e dall'esercizio della professione.
Ma in Italia tutto è possibile.
E infatti alla fine del 2007 il Martino si è visto aggiudicare dal Comune di Termoli il progetto esecutivo per la costruzione di una nuova strada che, ironia della sorte, passa a poca distanza da quella maledetta scuola di San Giuliano.
Lo stesso Procuratore si è detto allibito, ma c'è poco da fare.
In questo strano paese nemmeno il pudore per la morte può far cambiare mestiere a chi se ne frega delle leggi e delle conseguenze tragiche su 28 povere famiglie.
Meditate gente e buon week end col Giro d'Italia che domani passa sulle strade bergamasche.