| 17 aprile 2018

Ci sono momenti della vita in cui le cose sembrano prendere una strada irta di difficoltà insormontabili.
Si cercano continuamente soluzioni e si prende atto che in realtà soluzioni pratiche non sembrano esserci.
Così i pensieri diventano tanti e tutti negativi, si riempiono di oscure tensioni, cercano di aggrapparsi a sostegni che non si trovano mai.
Allora la ragione si annebbia e la disperazione riempie il cuore.
In questo periodo di storie simili se ne sentono ogni giorno.
Sul calar di una di queste sere, in cui la natura comincia a rifiorire e il tramonto viene salutato da mille melodie, mi sono seduto sulla riva del grande fiume, l'Adda.
Il suo nome deriva dal celtico, lingua delle antiche popolazioni locali, e significa "acqua corrente".
L'acqua infatti correva lenta e imponente.
In ogni istante non è mai uguale, eppure sembra essere sempre la stessa.
Ma forse è proprio la stessa.
Perchè va al mare, diventa nuvole che tornano sulle montagne padane, si trasformano in pioggia che cade copiosa, per poi ridiventare fiume.
Un gioco tra realtà e immaginazione, che si confondono per rendere la verità semplicemente aleatoria.
Non c'è infatti un'unica verità, neanche in quel fiume.
Allora ho toccato quell'acqua, immergendovi una mano, e guardandola, in ogni attimo il passato è diventato presente e il presente era già futuro.
Il fiume sembrava ascoltare tutti i miei pensieri, che diventavano più dolci, più calmi, seguendo il ritmo lento della via lacustre.
Un mulinello vorticoso, d'un tratto, si è formato proprio lì dinnanzi.
Una spirale buia, tenebrosa, che sembrava voler risucchiare sul fondo ogni cosa che galleggiava.
Ma un attimo dopo era sparito senza neanche un rumore, tutto era ritornato tranquillo, come se non fosse mai esistito.
Eppure c'era stato.
Il fiume rideva ai miei pensieri disperati.
I vortici dell'esistenza appaiono spesso, sembrano paurosi, ma alla fine se ne vanno come sono venuti.
Non serve combatterli, non si possono colmare, raggiungono semplicemente l'equilibrio da soli.
Dopo qualche metro, o dopo qualche chilometro.
La vita è così, non serve cambiarla, perchè è già cambiata da sè.

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| 10 aprile 2018

Domenica scorsa ho percorso a piedi 15 km lungo le rive dell'Adda, da Brivio in direzione Lecco.
Il grande fiume scorreva calmo e maestoso.
Il silenzio era rotto solo dallo starnazzare delle tante anatre selvatiche e dal cinguettio degli uccelli che salutavano la primavera.
Anche gli alberi secolari iniziavano a gemmare.
Nell'acqua nuotavano molti pesci di tutte le dimensioni.
Era una vera esplosione di vita!
Così è nata una riflessione, passo dopo passo, tra il verde di quei luoghi.
Su questa Terra l'uomo è l'unico essere vivente che usa il denaro per tutte le sue cose, necessarie o futili che siano.
Invece in natura ogni specie evolve tranquillamente da milioni di anni senza bisogno di alcuna moneta.
Non solo sopravvive, ma si moltiplica e migliora di generazione in generazione.
Invece noi dobbiamo ricorrere a dei volgari foglietti di carta stampata, o a dei tondini di metallo, per comprare ogni cosa.
Per lavorare, per appagare i nostri desideri, per apparire, per fare le vacanze, per spostarci, per riscaldarci, per conservare, per mangiare, per progredire, insomma per vivere abbiamo necessità di soldi, di tanti soldi.
Risultato?
Se ci pensate, tutte le peggiori nefandezze del mondo sono causate dal possesso di denaro e dal potere che da esso ne deriva.
Ed oggi giorno la mentalità umana è cambiata di conseguenza: non solo la "pecunia non olet", ma sa rendere profumato anche il peggior letame.
Tutto ciò non è semplicemente naturale!

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| 26 marzo 2018

Riceviamo e pubblichiamo sull'atavico problema del traffico a Bergamo.
Buona settimana.
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Cosa non farebbe oggi un'amministrazione per sbandierare la sua eco-compatibilità non riusciamo neppure ad immaginarcelo.
Penso ci siano squadre di esperti pronti a dare soluzioni verdi ad ogni assessore o sindaco ne faccia richiesta: poi basta dire o fargli constatare di persona che a Oslo o Stoccolma fanno così, per convincerlo a buttare nell'iniziativa qualche soldo pubblico.
Logicamente non parlo di Bergamo; noi bergamaschi siamo al di sopra di ogni sospetto.
Però anche nella nostra città, risolvere i piccoli ma fastidiosissimi problemi, tipo motori inquinanti, inutilmente accesi e guidatori innervositi in auto bloccate, neanche a pensarci.
Immaginatevi come sarebbe più agevole ed ecologico andare a prendere l'autostrada uscendo da Bergamo se, prima dell'ultimo semaforo, fosse eliminata la strozzatura all'altezza del distributore di benzina - con un numero di pompe esuberante e piazzali amplissimi sempre semideserti - che incanala tutto il traffico in un'unica corsia. Da quanti anni si protrae questa situazione e nessuno sa porvi rimedio?
Altro caso.
Provate a uscire dai parcheggi di via Pascoli o a scendere da via Taramelli per infilarvi via Angelo Maj, entrambi sensi unici.
Qualcuno che pensa che il prossimo non abbia nulla da fare, non desideri neppure andare a pranzo prima che la pasta sia scotta, ha convogliato tutto il traffico in una corsia, stretta fra un parcheggio, una una doppia pista per ciclisti e, logicamente, due marciapiedi laterali.
A completare l'opera all'incrocio ha lasciato un semaforo che al verde permette il passaggio di cinque o sei auto, se i guidatori sono dotati del tempo psicotecnico dei piloti di formula 1.
Quando poi escono gli studenti dall'istituto delle magistrali l'incrocio diventa una vera babele e tempi di coda, per trenta metri di strada, diventano di quarti d'ora.
Nel primo caso c'è di mezzo un privato, e l'Amministrazione dovrebbe trovare un accordo. Siccome dovrebbe pagare invece che incassare, non se ne farà mai niente.
Ma nel secondo caso!
Basterebbe spostare il passaggio pedonale che attraversa Angelo Maj dalla posizione attuale a valle ad un'altra, appena a monte, dell'innesto di via Taramelli, e il tempo a disposizione per l'andare e il venire degli studenti e quello di deflusso delle auto, sempre da via Taramelli, diventerebbe la somma dei tempi attualmente ripartiti fra gli uni e le altre.
Si risolverebbe il problema con beneficio di tutti.
Ma volete che ci sia che ammetta di aver fatto un errore facilmente prevedibile?
Vorrei solo ricordargli, che "errare è umano, perseverare nell'errore è diabolico".
Anche fingere di non accorgersene.

Gennaro Guala

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| 21 marzo 2018

Proprio di questi tempi, 14 anni fa, Mark Zuckerberg lanciava Facebook, una piattaforma virtuale dove nel giro di un decennio si sono aggregati qualcosa come 2 miliardi di utenti, un terzo dell'intera popolazione terrestre.
Un anno dopo diventava operativa YouTube, il sito più visitato del web, oggi di proprietà della Google.
Nel 2006 nasceva Twitter e gli utenti in questo caso superano il mezzo miliardo.
Nel 2010 prendeva vita un altro social, Instagram, comprata poi dalla stessa Facebook, che solo in Italia totalizza 14 milioni di utenti.
Insomma sono le moderne piazze di incontro, dove si può trovare tantissima gente, da tutti i paesi del mondo, con cui chattare e scambiare opinioni ed immagini.
Noterete che ho parlato di utenti e non di clienti, perchè per entrare in un social non si paga niente, almeno economicamente parlando.
Noi però postiamo di tutto, dalle foto più private, ai video personali, alle nostre emozioni più intense.
E c'è pure chi dai social ricava un cospicuo guadagno, i cosiddetti influencers, che si vantano di avere centinaia di migliaia (se non milioni) di followers e di like, e che fanno tendenza.
Ma i social, come tutte le aziende capitalistiche, chiedono pegno.
Sempre.
Perchè sono in possesso di tutti i nostri dati sensibili, quindi sanno dove siamo, come la pensiamo, cosa ci piace, che film guardiamo, insomma per cosa abbiamo propensione.
Infatti ci sono degli algoritmi che possono interpretare e gestire tutte le nostre tendenze e farne un uso incredibile dai ritorni economici immensi.
Ma non servono solo per spingerci a comprare dei nuovi prodotti, ma possono anche modificare le nostre intenzioni politiche di voto con specifici messaggi tendenziosi.
Così pare sia accaduto con la Brexit e durante le recenti elezioni presidenziali in USA.
Ora Facebook è sotto tiro e crolla in Borsa, in quello che sembra un pericoloso attacco alla moderna democrazia.
Ma dove è lo scandalo?
Se noi siamo semplici utilizzatori gratuiti di un prodotto che ci viene regalato, che cosa possiamo contrattualmente pretendere?
Poco o niente.
Violazione sulla privacy non ce ne sono, perchè i contenuti sui social sono interamente e volontariamente postati dagli utenti stessi.
E quindi?
Quindi non dimentichiamoci che, se non siamo clienti, possiamo essere solo una mera tipologia merceologica per scambi commerciali gestiti dai proprietari dei social.
Tutto qui, volenti o nolenti.
Perciò sappiate regolarvi.

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| 19 marzo 2018

Riceviamo e pubblichiamo.
Buona settimana!
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PENSIERO MOLESTO n. 1

Mi sono reso conto in questo periodo in cui se ne fa un gran parlare, ma lo sapevo da lungo tempo, che appellarsi ai diritti acquisiti, in pratica, non ha alcun senso.
Abbiamo visto sentenze della Corte Costituzionale disattese platealmente, con la motivazione che i bilanci dello Stato non ne permettevano l'attuazione. Ma chi fa i bilanci? Il governo in carica - ieri, oggi e domani - e quindi i partiti che lo tengono in piedi. E a quelli cosa volete che interessino?
I diritti acquisiti o i voti che possono raccattare distribuendo come vogliono i soldi che hanno a disposizione? A parte che sui diritti acquisiti si potrebbe discutere a lungo (diritti o privilegi?) ci aspettiamo che un politico oggi, tenga fede a quello che un altro politico ha stabilito trenta o quarant'anni orsono, se non lo fa neppure con quanto ha spergiurato il mese prima?

PENSIERO MOLESTO n. 2

L'altra sera la dottoressa Fornero, che parla come un libro stampato di ragioneria, ha fatto un escursus storico che mi ha lasciato stupefatto.
Mi ha insegnato che le baby pensioni sono state allora introdotte per lasciare a giovani mamme il tempo di dedicarsi ai loro figli.
Tutti sanno che il motivo principale, e non tanto recondito, era per alleggerire la pesante disoccupazione fra i laureati del sud dell'Italia. Provvedimento discutibile, che ha creato anche tanti trentasettenni professionisti al nord, con il reddito minimo (di cittadinanza?) garantito dallo Stato. A parte questo, mi chiedo: perché lei ora non vuol lasciare quel tempo alle non più giovani nonne per i loro nipoti?
Vorrei dare però un consiglio alla signora Fornero: quando si presenta ai telespettatori, non pensi di essere in una sala di registrazione, in cui anche il suo costante sorriso sarebbe superfluo, ma si aiuti con un poco di gestualità, come oggi fanno anche i preti durante le prediche ai fedeli.
Anzi, se ne faccia dare un poco da Lilli Gruber: ne guadagnereste non poco tutte e due.

PENSIERO MOLESTO n. 3

Sulla La7. I cattivi del nord che hanno votato per la Lega. Valli bergamasche: extracomunitari che lavorano in casa a rifinire guarnizioni (asportarne i residui superflui dopo la produzione in stabilimento) per una paga infinitesimale di fronte a quella del socialmente impegnato conduttore; forse anche a quella dell'intervistatrice di turno.
Vorrei ricordare che, non sono passati millenni, tantissime famiglie delle valli avevano il telaio in casa, e come terzisti non si arricchivano certo, se i loro giovani erano costretti ad emigrare per umili e faticosi mestieri; senza tutte le garanzie sociali di cui queste categorie godono oggi in Italia.
Quindi, non demonizziamoli se cercano di difendere oggi un relativo e sudato benessere, lasciando fare, non imponendolo, ad altri quello che tanti dei loro nonni hanno fatto.
E se le guarnizioni vanno alla Porsche, alla Mercedes o alla BMW, che li tirano per il collo sui prezzi con tutto quello che ne consegue, la colpa non è loro: la colpa è di altri, e degli "opinion leader" che hanno retto loro la coda!

Gen Guala
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| 19 dicembre 2017

E’ ormai inverno e il Natale è alle porte. Finisce un altro anno, passato così velocemente da far fatica a ricordarlo tutto. E c’è una novità. Il prossimo 2018 porterà alla mia classe il traguardo delle 60 primavere. Quando ero ragazzo, a questa età significava diventare davvero vecchi e molti erano già in pensione da tempo, perché la Fornero non era ancora intervenuta a far danni. Si godevano gli anni azzurri senza troppi problemi, svagandosi con i passatempi più strani e coltivando le passioni di una vita, rimaste sopite prima per il troppo lavoro. La nostra era una bella Italia, che profumava di antiche tradizioni e di tranquille certezze. Le donne avevano i fianchi larghi e gli uomini le mani callose. Le stagioni erano scandite dall’acqua che scendeva, dal gelo che arrivava, dal sole che splendeva, ma inevitabilmente nei periodi previsti. Le chiese erano sempre aperte, lo si poteva capire dal suono dei campanili che scandivano tutte le ore. Ogni paese aveva il suo cinema di periferia, che riprogrammava il sabato e la domenica i film della città. Eppure c’era ugualmente tanta gente che andava a vederli. Le case non erano chiuse a chiave, protette da sofisticati antifurti satellitari e dalle finestre usciva odore di polenta. A quei tempi ci si poteva permettere di condividere, piuttosto che di dividere. Oltre ai ricordi che scorrono, adesso è arrivato il momento dei tanti bilanci. Perché guardare avanti ora è difficile, l’orizzonte è limitato da una prospettiva che è audace quanto corta. Infatti intraprendere nuove avventure è arduo, le forze non sono più quelle di prima. Inventare è raro, le sinapsi si sono assopite. Sognare avanti è impossibile, la corriera dei desideri è già passata oltre. Sono questi i momenti particolari in cui il cuore rallenta e la mente passeggia lieve. I figli sono ormai cresciuti tra miserie inaspettate e fortune repentine, sono comunque loro che vanno veloci verso il futuro e che cambieranno le cose del mondo. Noi anziani, quando incontriamo i vecchi amici che non vediamo da tempo, spesso non li riconosciamo nemmeno, ma la cosa è reciproca e quindi non crea troppo imbarazzo. Allora è molto più facile girarsi indietro nel tempo che fu, crogiolandosi nella grande esperienza acquisita. Un’esperienza così maligna che spesso si porta a letto l’intelligenza, semplicemente per coccolarla un pò. Così ci si accorge che la vita è stata di per sè complicata, trascorsa in un turbinio di emozioni intense e diverse, in un passato che non è mai privo di dolori, di insuccessi, di tribolazioni e di sacrifici. Tutto è rotolato anche sui pendii erti della fortuna e della casualità. Così a questa età si accarezzano volentieri i tanti “se” e i molti “ma”, quasi fossero ardue giustificazioni ai nostri pesanti fallimenti. Tra le rughe del volto, profonde vallate di una verde gioventù, si nascondono lacrime salmastre e sorrisi dolci. Ricordarli tutti è un’impresa, come inseguire sulla sabbia le ombre lunghe della sera. A 60 anni anche le parole vanno soppesate, per non farle sfociare in discorsi spesso critici e tediosi. Perché la voce cambia e il pensiero si trasforma sovente in uno sproloquio storico, dove il prima è sempre meglio dell’ora. E’ vero, anche i vecchi guardano all’oggi, ma non riescono mai a distaccarsi dal ricordo di quello che hanno vissuto. D’altronde riscrivere la vita è impossibile e allora è più facile rendere sinfonie i ricordi. E’ una notte di dicembre, fa finalmente freddo, e picchietto a due mani sulla tastiera di un moderno PC queste poche righe, pensando che fino al liceo il computer non l’avevo: sono vecchio per davvero! Ma sì, dove siano andati i tempi di una volta, alla fine non mi importa più di tanto. Come molti, ho sulle spalle un fardello pesante di successi e di fallimenti. Ma porto soprattutto 60 anni di vita intensa, senza noia e senza troppi rimpianti. Certo, è ancora piena di buone speranze, ma non potrebbe essere altrimenti in chi ha attraversato mille mari, tra bonacce e tempeste infinite. E allora in anticipo, tanti auguri per il 2018 a tutti i miei coetanei, perché non diano troppo peso a ciò che avrebbe potuto essere e che invece non è stato. In fin dei conti, nel teatro della vita, i 60 anni arrivano una volta sola ed è ancora presto per scendere da questo palco.
Buone Feste e buon compleanno!

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| 12 dicembre 2017

Quando ero giovane i media, giornali e televisione soprattutto, avevano un grande potere.
Dopo i tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario), veniva proprio quello della stampa.
I media potevano influenzare l'opinione delle masse e dare un risvolto alla realtà dei fatti secondo un punto di vista conveniente.
Conveniente a chi?
Al mondo dell'economia e della finanza, a quello politico, alle lobbies, alle congregazioni e agli affaristi in genere.
Perchè il potere ha bisogno di un generatore massivo che sappia mantenerlo ed accrescerlo.
Ora un peso fondamentale nell'influenzare l'opinione pubblica è transitato sulla Rete.
E la nascita da zero del Movimento a 5 Stelle è lì a dimostrarlo.
Oggi i social non sono altro che delle piattaforme piene di cosiddetti influencers: coloro i quali hanno migliaia di followers e di like.
E che guadagnano fior di quattrini dal loro nuovo status.
In questi giorni è divampata la lotta alle fake news, che sono un falso problema, in quanto facilmente smentibili on line in tempo reale.
La vera questione invece sono questi personaggi, che magari nella vita reale non ancora ancora dimostrato una beata mazza.
Perchè anche la conquista dei followers può essere taroccata, in Russia si comprano a poche decine di dollari, e i contenuti possono essere di bassa qualità intellettuale ma ugualmente di successo.
Così se si postano le frasi di grandi filosofi si rimane nell'oblio, se si mette un video in cui dici cazzate e fai pipì sull'albero di Natale hai 100.000 visualizzazioni.
Con buona pace dei grandi cervelli che, di questo passo, velocemente se ne vanno in fumo.

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| 29 agosto 2017

Il tempo scandisce la nostra vita e segna il nostro pensiero.
Nei tempi moderni ha poi assunto connotati di frenesia e sembra non bastare mai.
Per alcuni invece scorre così piano da diventare noia.
E' la nostra mente, colma di impostazioni e di apprendimenti fallaci, che lo rende particolare.
Perchè noi viviamo il presente, l'attimo, ma non riusciamo a cogliere in pieno il "qui e ora".
La nostra mente è tutta proiettata o al passato, o al futuro.
I suoi ragionamenti elaborano l'esperienza trascorsa e si spingono nelle azioni da farsi sempre dopo il presente.
Ma anche il tempo ci mette di suo, perchè l'attimo diventa immediatamente passato e un secondo dopo è già futuro.
Un pò come l'acqua di un grande fiume che tocca la nostra mano immersa.
Non è mai la stessa se non per un istante.
Allora dovremmo essere capaci di percepire lo spazio temporale non come una retta orizzontale su cui camminare, ma come una linea verticale che si sposta in avanti con noi.
In questo modo affronteremmo la vita con un'altra filosofia e potremmo ottenere dei benefici interiori, basati sull'energia pura e non sul trascorrere del tempo fugace.

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| 27 luglio 2017

Qualcuno chiese:
"Cosa pensi del detto 'ricambiare l'odio con la benevolenza'?"
Il Maestro disse:
"Con che cosa ricambieresti allora la benevolenza?
Ripaga l'odio con la rettitudine, e con la benevolenza ricambia la benevolenza.
Rari sono quelli che comprendono la virtù.
E la virtù che si mantiene nel mezzo è quella perfetta."

Confucio - 500 anni A.C.

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| 24 luglio 2017

Vi lascio da leggere il mio ultimo editoriale pubblicato da QUI BERGAMO e attualmente in edicola.
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Ecco arrivata l’estate. Giorni di caldo, proprio come deve essere in questa stagione. Ogni periodo ha i suoi fenomeni caratteristici e non solo quelli meteorologici. Ormai mi sto avvicinando alla soglia dei 60 anni, un’età particolare che apre le porte all’ultimo cammino della vita. Un’età in cui il corpo ti presenta quotidianamente i suoi acciacchi senili. Ma non importa, ci si fa presto l’abitudine. D’altronde la forza fisica non segue più come una volta la volontà della mente. Poi, l’intelligenza intuitiva lascia sovente il posto al grande bagaglio dell’esperienza acquisita. Spesso un senso di solitudine accompagna il trascorrere dei giorni che si fa sempre più veloce. Le mesate sui calendari a muro perdono i fogli come il cader delle foglie ad autunno. Ma non è una solitudine imposta, è ricercata, attesa, voluta insomma. Si preferisce semplicemente restare con se stessi, per ascoltare il suono puro di quell’emozione antica che viene da dentro. Il contorno esteriore e il chiacchierio disturberebbero il suo fluire armonico. Mi accorgo che il tempo è veramente tiranno, ma in questi ultimi anni è diventato addirittura despota assoluto. Scorre con una velocità tumultuosa, da lasciare senza fiato. E’ un continuo susseguirsi di stagioni, il cui ritmo diventa sempre più intenso e sensoriale. Forse per poter rallentare, i pensieri spesso si trasformano in ricordi infiniti di attimi passati. Sono pensieri profumati, fatti di gioie e di dolori intensi. Da giovani l’aria non trasmette tutte queste sensazioni, è l’età che la riempie di tanti odori. Così la vita vissuta assume anche un sapore, che è un po’ dolce e un po’ aspro. Ecco perché mi piace camminare per le vie della nostra bella città ed ascoltare le vibrazioni che salgono dai tanti ricordi trascorsi. Sono sguardi rivolti all’indietro, sono visioni che ritornano, appaiono e scompaiono ad ogni passo. Sono immagini di persone che hanno incrociato comunque un mio cammino lungo. Le vedo, le sento per un attimo solo. Poi scompaiono con lo stesso significato recondito di tante storie dimenticate. Erano anche loro in queste vie, per queste strade, e un tempo hanno incrociato il senso unico del mio destino. Una contaminazione speciale che lascia il segno ancora oggi. Uomini e donne che spesso non si incontrano più, se non nei ricordi lontani della mente. Sono come le nuvole in cielo, che il concerto del vento plasma ogni giorno in forme diverse, le trasporta lontano, per poi farle scomparire. Non tornano mai più uguali a prima, ma ci sono state e lo senti. E’ semplicemente l’alchimia magica del passato. Ma non solo persone. Anche gesti, attimi, momenti particolari ritornano nella mente ad ogni angolo. Quanti passi sono stati fatti su quei marciapiedi in quasi 60 anni di esistenza. Qualcosa è cambiato nella mia città, ma non tutto: le chiese, con il suono delle loro campane, sono sempre uguali da secoli. Io invecchio, loro no. Ed ecco che allora la malinconia si fa largo negli spazi infiniti. La ascolto: spintona semplicemente il presente per riempirlo di emozioni forti e trascorse. Non possono essere riscritte, non si possono cambiare, nemmeno per essere migliorate. Sono esistite, e basta così. Guardo la mia immagine riflettersi in una delle tante vetrine. Il pensiero allora rientra subito in un corpo invecchiato che sembra non appartenergli più. E’ l’immagine del presente che non può tornare indietro. A poco a poco la finzione della mente si scioglie davanti alla crudezza dello sguardo reale. Perché la verità temporale è inconciliabile con la fantasia. Non è una malinconia dolorosa però, ha solo un gusto intenso che pesa sul cuore. Ecco perché inseguo la ricerca del silenzio per arrivare alla riflessione interiore. E’ così bello stringere continuamente la vita per non arrendersi mai. Non tutto è stato felice, semplice, giusto, corretto, buono e vincente, ma ha costruito oltre mezzo secolo di emozioni utili. In questa sera d’estate i passi scorrono veloci in una Bergamo frettolosa. Quante facce sconosciute ci sono nella mia città. E’ il nuovo che avanza! Gente mai incontrata prima, solamente incrociata adesso, in una passeggiata solitaria che va indietro nel tempo. Ma loro non lo sanno. Ora è buio per strada e cade qualche goccia di pioggia. Sono arrivato a destinazione, in una rotonda a pochi passi dalla mia vecchia scuola. E’ ancora lì, uguale ad allora. Stasera c’è una cena con i miei cari compagni di liceo, semplicemente 40 anni dopo la gioventù.
Ho detto che avrei scritto di loro.
E l’ho fatto tra le righe qui sopra.
Col cuore e con una dolce malinconia.
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